Valley of the Gods film 2020

Valley of the gods è il nuovo film del regista polacco Lech Majewski. L’artista dalla ricca formazione, e i poliedrici interessi culturali, ha finito di girare il film al termine del 2019, che però uscirà il 3 giugno prossimo grazie all’attesa della CG Entertainment a volerlo presentare, proprio per permetterne l’inaugurazione nelle sale cinematografiche e non su piattaforma.

Lech Majewski vanta una carriera che affonda le radici nei meandri della pittura e di cui Busquiat del 1995, e il trittico girato dal 2004 al 2013 (composto da Il giardino delle delizie, I colori della passione e Onirica) ne sono un chiaro esempio di celebrazione.

Nel corso dei decenni ha dunque avuto modo di tracciare sempre più chiaramente il suo stile, assestandosi su un tratto narrativo che rimarca il gusto per il fantastico e che si muove principalmente sul piano del sogno, se non addirittura del metacinema. E Valley of the gods è quasi completamente immerso in questo discorso.

La trama di Valley of the gods

Il film si apre col mostrare la crisi lavorativa e relazionale dello scrittore John (Josh Hartnett), che, spinto dal suo analista, riprende a scrivere raccontando la storia di Wes Tauros (John Malkovich), l’uomo più ricco del mondo, che vive angosciato e annoiato in un castello in compagnia del suo maggiordomo (Keir Dullea), tentando di trovare una donna che sia l’esatta copia della moglie defunta (Bérénice Marlohe).

E, in tutto ciò, su un piano che si potrebbe definire forse più reale, le terre del popolo dei Navajo sono minacciate dall’azienda dello stesso Tauros, delle quali vuole impadronirsi per sfruttarne i giacimenti di uranio.

Tutta la storia si sviluppa quindi su due livelli: John che, perso, devastato dalla fine del suo matrimonio, scrive circondato dai Navajo che gli fanno da sfondo, anche loro aggrediti da un nemico che non si vede, ma che subdolamente attacca ed erode da dentro; e ciò che nasce dalla penna di John, un mondo in penombra a cui accediamo attraverso i suoi sogni notturni. E, con cambi talvolta surreali, i due piani si scambiano e comunicano continuamente, confondendosi e mettendo del tutto in disparte la fluidità della narrazione, proprio perché secondaria.

Lo scopo di Lech Majewski è dichiaratamente quello di parlare dello stesso linguaggio con il quale racconta. Il popolo dei Navajo, apparentemente inerme di fronte alla forza predatoria dello sfruttamento, possiede una ricchezza interiore dall’altrettanto enorme potere creativo, se non addirittura distruttivo. Esattamente come John che – a detta proprio di Wes Tauros – con la sua penna può dare la vita, toglierla o ferire.

E il regista è esattamente questo che mette in scena: la potenza dell’arte, nella sua più profonda spiritualità, che racconta se stessa e quel che è in grado di fare. Poiché, nella sua versione più pura e primordiale, è la sola in grado di mettere l’uomo in dialogo con la propria bellezza.