Al suo ritorno in Concorso alla Mostra di Venezia, Valérie Donzelli firma con A Pied D’Oeuvre (At Work) un film sobrio, capace di inserirsi con naturalezza in un filone che sembra emergere con forza in questa 82ª edizione: quello delle rappresentazioni del lavoro come dispositivo di alienazione e precarietà sotto il capitalismo contemporaneo. Se in altri titoli come Bugonia o No Other Choice questo tema assume toni distopici o apertamente politici, Donzelli sceglie la strada del racconto intimo, adattando il romanzo autobiografico di Frank Courtes e portando sullo schermo una parabola esistenziale che oscilla tra la dignità della scelta e l’umiliazione della miseria.
Un ricco diventato povero
Il protagonista Paul (interpretato da Bastien Bouillon) è un uomo di 42 anni che conosciamo mentre prende a martellate un muro di cartongesso. La scena non è soltanto un’immagine concreta, ma la metafora di un’esistenza che va in frantumi. Ex fotografo affermato, con guadagni mensili tra i 3.000 e gli 8.000 euro, Paul ha deciso di rinunciare a una vita agiata per inseguire il sogno di diventare scrittore. Il suo terzo libro, un resoconto autobiografico del naufragio matrimoniale, viene giudicato invendibile dall’agente. Intanto l’ex moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) si è trasferita a Montréal con i due figli, e lui si ritrova in un monolocale minuscolo, sopravvivendo tra royalties esigue e lavori saltuari.
La sua decisione di iscriversi alla piattaforma “Jobbing” segna un passaggio cruciale: Paul diventa un lavoratore precario, un handyman disposto a tutto pur di guadagnare poche decine di euro per ore di fatica. È l’inizio di una caduta sociale che non viene mai spettacolarizzata, ma mostrata attraverso i dettagli minimi e quotidiani di un corpo che si piega e di una mente che cerca disperatamente di resistere.
A Pied D’Oeuvre e la nuova economia della precarietà
Uno dei meriti del film è quello di restituire con precisione i meccanismi del lavoro digitale a cottimo. La piattaforma notifica i nuovi incarichi con un ping, a cui segue una gara al ribasso tra i lavoratori. Paul offre spesso 20 euro per compiti che richiedono ore, finendo per guadagnare meno del salario minimo. La sua “zeal of the beginner” gli consente inizialmente di trovare spazio, ma la logica sottostante è spietata: chi vince è chi accetta di svendersi. Insomma, un caporalato legalizzato.
Donzelli coglie con sguardo quasi documentario le micro-umiliazioni di questa dinamica: il sorriso forzato di Paul davanti alla webcam mentre scatta la foto per il profilo, la domanda di una cliente che lo guarda con sospetto (“non ha l’aria del manovale”), le conversazioni smozzicate con i colleghi migranti. In queste crepe narrative emerge la riflessione più ampia: non basta vendere la propria forza lavoro, occorre anche recitare benessere, competenza, affidabilità. È il capitalismo delle app, che monetizza non solo il tempo ma l’immagine, la disponibilità, persino il sorriso.

Il prezzo della libertà
Se A Pied D’Oeuvre evita accuratamente ogni romanticizzazione della povertà, resta evidente l’elemento della scelta. Paul non è un migrante senza alternative, né un disoccupato espulso dal sistema: riceve ancora 200-300 euro di royalties al mese, “non la povertà, ma un punto di vista chiaro su di essa”, come scrive lui stesso. La sorella lo rimprovera di non essere un “vero povero”, accusandolo di cercarsi i guai. Ma Paul è mosso da una convinzione profonda: “alcuni schiavi oggi sono ben pagati”.
In questo paradosso sta la cifra politica del film. Paul ha assaporato i privilegi di un lavoro creativo remunerato, ma avvolto nelle logiche di consumo e di status. La precarietà, per lui, è l’unica via d’uscita da un’altra forma di schiavitù, meno visibile ma ugualmente soffocante. È un cammino verso la libertà che assomiglia a una spirale discendente: il rischio costante è che la rinuncia alla sicurezza non apra spazi di creazione, ma solo abissi di debito e frustrazione.
A metà film, Donzelli introduce un momento rivelatore. Paul, alla guida, incontra un vecchio collega del mondo della fotografia. L’uomo, con casa grande e viaggi di lusso, osserva con curiosità la sua scelta: “Stai riducendo, è un bene”. Il dialogo non è caricaturale, ma sottolinea la frattura tra due mondi che un tempo erano lo stesso.
Da questi incontri Paul trae ispirazione per la scrittura: i clienti che lo osservano, i colleghi che competono con lui, i familiari che lo giudicano. Tutti diventano materia narrativa, alimentando un romanzo che rischia di riprodurre proprio l’esperienza che lo ha distrutto come fotografo: la trasformazione della vita privata in merce culturale. Donzelli, però, evita il finale consolatorio: Paul non diventa ricco scrivendo la sua “povertà”. Il film resta sospeso, come un diario incompiuto, fedele alla precarietà che descrive.
Lo stile di Donzelli è privo di orpelli: macchina da presa discreta, montaggio lineare, osservazione attenta dei gesti e degli spazi. In questa austerità si nasconde la forza del film, che non indulge né in estetizzazioni della miseria né in derive melodrammatiche.
Bastien Bouillon regge quasi da solo l’intero racconto. Il suo volto, mutevole a seconda dell’angolazione, trasmette tanto l’orgoglio quanto l’umiliazione del personaggio. La sua fisicità – più intellettuale che manuale – diventa parte integrante della narrazione: Paul non “sembra” un lavoratore, eppure lavora. È in questa frizione tra immagine e realtà che si produce l’energia drammatica del film.
Una favola amara per il presente
A Pied D’Oeuvre (At Work) potrebbe sembrare un film “minore”, quasi dimesso, nell’ambito del Concorso veneziano. Ma la sua forza sta proprio nella modestia: nel raccontare senza fronzoli la microfisica del lavoro precario, Donzelli coglie l’essenza di un fenomeno universale.
Il film non è una denuncia programmatica, né un pamphlet ideologico. È un ritratto preciso e umano di un uomo che cerca di scrivere una storia, e che nel farlo mette a rischio la propria esistenza. Una parabola che parla di Francia ma potrebbe parlare di qualsiasi Paese occidentale, di chiunque si ritrovi intrappolato tra il desiderio di libertà e la realtà di un mercato del lavoro che riduce tutto a competizione e ribasso.
A Pied D’Oeuvre
Sommario
Con A Pied D’Oeuvre, nel raccontare senza fronzoli la microfisica del lavoro precario, Donzelli coglie l’essenza di un fenomeno universale.