Venezia 74

Bentrovati, sacchi di mucillaggine. Quest’estate ho fatto delle cose gravissime, tipo postare un paio di foto di me in costume sulla spiaggia e andare in fissa per Sarahah per ben tre giorni. Sono evidenti segni di scarsa professionalità ed egocentrismo, e quindi dovevo espiare.

Infatti, poco prima di partire, ed esattamente giovedì sera, dopo una giornata che se ve la dico non ce credete quindi faccio prima a riservarla per quando devo scrivere un racconto horror, ho avuto una violentissima colica renale, causata da due calcoli piccoli ma cattivi come l’Inferno, con conseguente visita al pronto soccorso e stop di due giorni che in realtà nemmeno mi è dispiaciuto, almeno i bagagli me li sono fatti con calma, una volta tanto.

Questo per dirvi che se improvvisamente durante una proiezione sentite qualcuno che guaisce non allarmatevi, non è un modo codificato prima di urlare ‘Allah Ackbar!’ prima di farvi saltare in aria, e nemmeno il Diavolo che possiede qualcuno come nel documentario di William Friedkin The Devil and Father Amorth, presentato oggi fuori concorso, sono io che ululo, chiamate solo l’ambulanza o almeno preparate un colpo letale così smetto di soffrire.

Ovviamente devo bere tantissimo – acqua, non Spritz, purtroppo. E a tal proposito vedete de non rompe er cazzo con i vostri ‘ma dai, un sorso non può farti male’ che già mi rode il culo abbastanza così – e la cosa più preoccupante sarà trovare il tempo per pisciare tra un film e una conferenza. Stavo pensando di farmi assegnare tutte le proiezioni della Sala Volpi e pisciare direttamente lì per terra, tanto puzza di marcio da sempre e nessuno se ne accorgerebbe. Come se non bastasse, ho l’ansia che i dolori ritornino, a ogni minima avvisaglia salto come se ci fosse Pennywise alle mie calcagna, quindi non preoccupatevi nemmeno se rispondo ‘Oh Cristo Aiuto!’ se mi chiedete l’ora.

La prima sera c’è solo un film di Lubitsch in edizione restaurata, un raffinato lavoro di altissimo valore intellettuale e morale, che non si è inculato nessuno, tutti troppo impegnati ad andare a mignotte per celebrare l’apertura o a strafogarsi di sgroppini e baccalà mantecati, anche insieme, tanto le papille gustative dei critici sono devastate da anni di dipendenza dal Maalox e ormai non si fa più caso a cose frivole come l’equilibrio dei sapori.

monumento al Gran Cazzo Che Me Ne Frega

Comunque, come inizio nemmeno male: il treno porta incredibilmente solo cinquanta minuti di ritardo. Noi siamo Vip e arriviamo tutti in Lancia. La città ci accoglie con un meraviglioso monumento al Gran Cazzo Che Me Ne Frega nella sua dorata e sbrilluccicante estensione, che useremo come stampo per la foggia del premio d’analogo nome che diamo a fine Festival. Nonostante cotanta onoreficenza, il tassista acquatico non possiede il pass per farci giungere in zona Casinò, dove si ritirano gli accrediti. Noi sì, ma siccome andare a nuoto negli acquitrinosi canali lidensi non è una grande idea siamo costretti ad arrampicarci su un dirupo pieno di sterpaglie con tanto di bagagli a carico, uscendo direttamente da un tombino come Indy ne L’ultima crociata.

Lì era a San Barnaba, ma sempre di Venezia si tratta. E meno male che il dottore s’è raccomandato ‘non strapazzarti troppo’. Preso possesso della casa è già tempo di accrediti e di constatare che i pluriennali petaloni rossi che adornavano il red carpet e il Palazzo del Cinema e avevano effettivamente scassato la minchia hanno lasciato spazio a una nuova brillante scenografia di pareti bianche e lampadari lucenti, che pare sostanzialmente un’esposizione di mobili Brianza dietro a Ikea sull’Anagnina.

La prima sera se ne passa tra una spaghettata alcoolica e una fintamente alcoolica, con me che, mio malgrado, mi faccio riempire il bicchiere una volta sola fingendo di attingervi per non cadere in tentazione, che io lo so, come funziona. Svuoti e riempiono, e da lì a evocare la colica il passo è breve. Perfino il nome del regista che apre Ufficialmente le proiezioni, Alexander Payne, mi suona come ‘Pain’ e dunque come tristo presagio. Il film, sebbene parta da un assunto che pare una cazzata gargantuesca, è in realtà l’esatto contrario.

In primis perché è una storia di gente che vive in un mondo dove la scienza ha scoperto come rimpicciolire l’umanità affinché rompa meno il cazzo. Poi perché tutto sommato non è male. Almeno per i primi quaranta minuti, poi si perde in una serie di smielati sentimentalismi tra Matt Damon e un’ignota signora vietnamita che alzano parecchio il livello di zuccheri, giusto per chi si era lamentato che La La Land era troppo sdolcinato.

Tornando invece al documentario di Friedkin, è una cazzata gargantuesca e basta. Anzi, diabolica. Che diciamocelo, esiste solo perché lui ha diretto L’Esorcista, e fargli fare un doc sugli esorcismi veri fa ridere.

Qualsiasi altro regista, compreso Spielberg, l’avrebbero mandato affanculo con tutte le scarpe a lui e al Diavolo. O al Diavolo con tutte le scarpe e a lui affanculo, scegliete voi. L’opera segue le vicissitudini di un’architetta di Alatri che non riesce a lavorare a causa della possessione diabolica, che in effetti, per un architetto, deve essere una cosa seccante. Tu sei lì tranquillo a fare i tuoi progetti e di punto in bianco inizi a contorcerti e bestemmiare. Le testimonianze a inizio film riportano scene spaventose di pance che si gonfiano fin quasi a scoppiare, voci orripilanti che parlano lingue sconosciute e volti che si deformano fino ad assumere tratti animaleschi.

Poi però, quando s’arriva al dunque, non si vede niente di tutto questo. Solo una povera crista che soffre tanto e si dimena – e questo mi dispiace – ma io l’altra sera con le coliche facevo peggio, anche in termini di bestemmie. La voce ha lo stesso effetto che aveva il mio cantante del gruppo del liceo quando facevamo le cover dei Cradle of Filth.

Con questo non intendo insinuare che sia stata ritoccata in post-produzione, solo che probabilmente il Diavolo ama il grind metal, cosa tra l’altro abbastanza comprensibile. Poi c’è una parte palesemente inventata – guarda caso non sono disponibili testimonianze video – in cui Friedkin racconta di come la poraccia abbia cominciato a strisciare e svolazzare nel perimetro di una chiesa minacciandolo di morte. Tranquilli, è la parte più bella. Grandi risate e applausi a scena aperta. È risaputo che il Diavolo non fa i coperchi ma stavolta, pure per le pentole, era meglio che chiamavate Mastrota.

Ang

la lancia deluxe

Il mio sbarco al Lido è stato, ehm, sobrio: il treno portava ritardo, che in condizioni normali già ti sanguinano occhi mentre guardi il tabellone, figuriamoci su un binario invaso dai tuoi bagagli manco dovessi andare in tour con Brosio per le capitali cattoliche.

In più avevo uno zaino che se perdi il baricentro te rovescia come una tartaruga (poi voglio vedè chi me gira), per cui ero anche un’arma pericolosissima se decidevo di voltarmi potevo far fuori chiunque senza il culo che se sta a fa Kim Jong-un co sti cazzo de missili. Così in preda al panico, in una situazione diciamo pericolosa, decido che è meglio che me levo da sto binario e mi butto su un primo Italo in partenza.

Da qui, diciamo che è tutto abbastanza discesa: considerando la mia settimana demmerda si vede che il karma si è guardato allo specchio, si è sputato in faccia e ha deciso di fare qualcosa di socialmente utile (tipo non infierire sulla Pettinato) perché riusciamo miracolosamente a essere ospiti su una lancia Deluxe e arrivare comodamente a destinazione. Per tutto il viaggio siamo stati umili e discreti come una performance di Beyoncé, che tra un po’ tiravo un calcioinculo al tizio della lancia e me mettevo al timone per farmi un selfie in mezzo al canale.

Man on Wire, Venezia Edition

Sì, perché quest’anno siamo ancora de selfie, ma ve lo racconteremo più in là, no spoiler. Sbarco traumatico con un fantastico tentativo di farci scendere su una passerella minuscola (che già me vedevo tipo ‘man on wire’, novella Petit col bilanciere per non fare un bagno nella melma, poi ovviamente nella mia versione cinematografica cadevo e morivo con dignità abbracciando la valigia con i miei vestiti, come metafora dell’attaccamento dell’uomo alle cose materiali). Ultimo aneddoto da raccontarvi: l’ospitalità è sempre unamerda, tranquilli.

Ieri mentre facevamo una serena e mite spaghettata verso le 21,45, ora in cui a Roma sei indecisa ancora se metterti le scarpe col tacco a spillo o più comodi plateau per annà a fa aperitivo, la vecchia del piano di sopra si affaccia e ce cazzia con la seguente motivazione: ‘ho sentito che ridevate’. Mo me spiego tante cose, tipo perché qua glie rode sempre il culo. Che tu chiedi una minima informazione e anche se non sanno invece di dirti un onesto, sincero, ‘boh’ comunque te devono imbruttì. Per loro ridere deve esse ‘na brutta cosa, tipo una sciagura, se ridi te arriva un’ondata de zanzare tigre dal canale e te gonfia come una zampogna. Forse gliel’hanno insegnato da piccoli.

Ma a noi ce piace ride, quindi daje de Autan, almeno fino a quando la signora non ci rovescerà le proprie analisi delle urine dal balcone. In chiusura novità veloci veloci: Il lido è sempre il solito posto inospitale, dicevamo. Allo Spazio Universal non fanno più lo spritz con l’olivetta e non ti danno manco le patatine (rimedieremo presto con una raccolta di firme) I petali del red non ci sono più. Quest’anno palle. Che di sera, dicono, si colorano di mille luci trasformando il mobilificio Brianza in un carosello di magia. Verificheremo. Ieri eravamo troppo ubriachi.  Sarà un rebus? Le soluzioni nel prossimo numero del blog.