Si è svolta oggi al Festival del cinema di Roma, la conferenza stampa del nuovo film di Guillaume Canet, Les Petits Mouchoirs. Il film racconta una tradizionale estate a Cap Ferret, nella grande casa sul mare, per un gruppo di amici parigini, ciascuno con il proprio stress, ciascuno con le proprie piccole bugie.

Guillaume Canet (Francia, 1973) è considerato un astro nascente della cinematografia francese, è un attore teatrale e cinematografico tra i più quotati in Francia. Nel 2002 ha diretto e scritto, con Philippe Lefèbvre, il suo primo lungometraggio Mon Idole (Whatever You Say). Nel 2006 Ne le dis à personne (Tell No One) ha ottenuto 4 César, fra cui quello per la Miglior regia.
Il suo terzo lungometraggio, Les petit Mouchoirs, presentato fuori concorso al Festival di Roma, è uscito nelle sale francesi il 20 ottobre ed è diventato subito un caso con un incasso da record.
Il regista non ha nascosto la sua sorpresa per questo enorme successo, dichiarando che sta già maturando nella sua mente l’idea di fare un sequel.
Canet ci racconta che il suo è un film molto personale che nasce dall’analisi delle sue esperienze di vita. Gli è capitato difatti di restare costretto in un ospedale ed è stata questa circostanza a portarlo a riflettere su se stesso e sulla vita che stava vivendo.
“Quando una persona vive la sua vita senza mai fermarsi a riflettere, inizia a raccontare bugie agli altri e a se stesso, a mostrare solo una parte di se, che non è mai quella più autentica. Ci si ritrova a nascondere la polvere sotto il tappeto”.
Lui in questo film ha voluto scavare nella sua interiorità, esprimendo il suo io in modo sincero e personale.
“Le relazioni personali nella vita moderna sono digerite rapidamente, senza assaporare i singoli momenti di felicità o di dolore. Proprio per questo motivo Marie (Marion Clotillard) vive il sesso in maniera fast food, senza importanza, perché, abbandonata dall’amore, non decide di fermarsi ad elaborare il lutto della storia ma mente agli altri e a se stessa buttandosi a capofitto in relazioni instabili, occasionali, futili.”
Ilbrusco finale tocca le corde più intime del pubblico. Ci dice il regista che dopo aver scritto da solo e di gettola sceneggiatura del suo film si è reso conto di aver preso coscienza di sé e della sua vita e di volere esprimere questo messaggio nel suo film.
“Tutti noi siamo concentrati su noi stessi, sui nostri interessi e rimandiamo invece le parole di affetto, la chiamata all’amico, al parente,aun domani, ma poi un giorno qualcosa di tragico accade e capiamo finalmente che la vita è fragile e che la dobbiamo assaporare lentamente”.
Inevitabili sono i rimandi al film The Big Chill, di Lawrence Kasdan – confermati da Guillaume Canet – e da altri film che trattano dell’amicizia e dell’omosessualità, dei quali ha voluto ricostruire l’atmosfera nel suo film.
Alla domanda come è stato lavorare con la fidanzata, l’affascinante e talentuosa Marion Clottilard, Canet ha risposto che è stato perfetto, perché essendo un film così personale aveva bisogno di persone che amava vicino a sè, come Marion e come gli altri attori del cast, suoi grandi amici. Ha inoltre aggiunto che con Marion è stato più esigente rispetto agli altri attori.
Non ha voluto un compositore di musica originale nel suo film perché voleva che le emozioni venissero fuori solo dai personaggi e che non fossero veicolate da una musica che ne crea altrettante. Per questo ha usato solo un cd di musica anni’70 che i protagonisti ascoltano durante le vacanze.
Il tema della conferenza si è spostato poi sull’esperienza da regista di Canet il quale ha raccontato il suo percorso professionale. “Ho sempre voluto essere un regista, prima ancora di essere attore. Già a sedici anni realizzavo corti in Super8. Poi ho deciso che per essere un bravo regista dovevo studiare recitazione, per capire la gestualità, l’espressività di un attore. Così ho frequentato un corso di arte drammatica e spesso sento un reale bisogno di esprimere fisicamente le mie emozioni, per questo recito oltre che dirigere”.
Aggiunge poi che ha un modo particolare di dirigere gli attori, pretende da loro la massima libertà e autenticità nelle espressioni e nei comportamenti.
Suoi punti di riferimento della regia sono Chabrol, Truffaut, Renoir e tutto il cinema americano degli anni ’70. È più legato al cinema del passato, rispetto a quello moderno.

Infine gli viene chiesto cosa ne pensa della protesta che ieri ha riunito tremila addetti ai lavori dello spettacolo e del cinema italiano nella cavea dell’auditorium occupando il red carpet dell’altro suo film in concorso Last night. “Ho voluto prendere parola ieri sera perché mi sento coinvolto in quanto attore e regista e perché sono convinto che un paese senza cultura è un paese finito. Cinecittà fa parte della storia del cinema mondiale. Il cinema italiano fa parte della storia dell’Italia ed è follia pura per il governo, non essere consapevole di questo. La cultura, il cinema permette di esportare il proprio paese all’estero. Senza cultura il paese diventa inerte”.