A Cannes 2026 il nuovo film di Na Hong-jin, Hope, si è imposto come uno dei titoli più discussi del festival, anche grazie alle dichiarazioni del cast internazionale. Michael Fassbender, Alicia Vikander e Taylor Russell interpretano infatti figure aliene antagoniste in un’epica sci-fi coreana che mescola invasione extraterrestre, satira e dramma di sopravvivenza. Il film è stato presentato in Concorso al Festival di Cannes e ha immediatamente attirato l’attenzione della critica per la sua ambizione produttiva e narrativa.
Secondo quanto riportato da Deadline, il progetto nasce da un’idea sviluppata nel tempo dal regista Na Hong-jin, che inizialmente avrebbe coinvolto Vikander in un altro film prima di proporle direttamente questo universo fantascientifico. L’attrice ha raccontato di essersi innamorata del cinema coreano dopo il Busan Film Festival e di aver accettato senza esitazioni il ruolo. Fassbender ha invece sintetizzato il suo coinvolgimento con una battuta diventata virale: “Alicia mi ha detto di farlo!”, sottolineando il legame personale tra i due attori e il fascino esercitato dal progetto.
Al di là del tono leggero delle dichiarazioni, la scelta di casting e la struttura narrativa rivelano un’operazione molto più complessa: Hope costruisce un immaginario in cui gli alieni non sono semplici antagonisti, ma entità con gerarchie sociali e conflitti interni, riflesso distorto delle dinamiche terrestri. È qui che Na Hong-jin sembra spingere oltre il suo cinema, trasformando la fantascienza in un linguaggio per esplorare potere, classe e identità su scala cosmica.
L’invasione di Gh’ertu e la nuova geografia del cinema di genere coreano
Il film è ambientato nell’invasione del pianeta Gh’ertu, con una navicella aliena precipitata nella cittadina coreana di Hope Harbor, dove si scatena il caos tra creature di diverse “classi” extraterrestri e la popolazione locale. In questo contesto, Fassbender, Vikander e Russell interpretano membri della famiglia reale del loro mondo, integrati in una struttura narrativa che unisce monster movie e dramma sociale.
Na Hong-jin, già noto per titoli come The Wailing, prosegue così la sua esplorazione del genere contaminato, ma con un salto di scala evidente: non più il soprannaturale radicato nel folklore, ma una mitologia completamente originale costruita per dialogare con il pubblico globale. La presenza di star hollywoodiane non appare come semplice attrattiva commerciale, ma come parte organica di un sistema narrativo pensato per essere transnazionale.
Se il film ha già ricevuto una standing ovation di sette minuti a Cannes, il vero elemento da osservare sarà la sua capacità di sostenere questa ambizione su lungo periodo. Hope potrebbe infatti rappresentare un punto di svolta: non solo per il cinema coreano, ma per l’idea stessa di blockbuster d’autore globale.
