L’arcano incantatore

L’arcano incantatore è il film del 1996 di Pupi Avati con protagonisti Stefano Dionisi, Carlo Cecchi, Eliana Miglio, Vittorio DuseConsuelo Ferrara.

  • Anno: 1996
  • Regia: Pupi Avati
  • Cast: Stefano Dionisi (Giacomo), Carlo Cecchi (Monsignore), Eliana Miglio (prostituta), Vittorio Duse (Padre Medelana), Consuelo Ferrara (Severina)

Trama del film L’arcano incantatore: XVIII secolo. Giacomo (Stefano Dionisi), giovane seminarista colpevole d’aver ingravidato e costretto all’aborto una giovane, deve lasciare Bologna per sfuggire a una pesante condanna. Stringe un patto di sangue con una misteriosa dama (può vederne soltanto gli occhi) che lo invia in una sperduta contrada appenninica presso il maniero di un Monsignore (Carlo Cecchi) malvisto dalla Curia per i suoi interessi esoterici.

Giacomo prende il posto di Nerio, precedente servitore del religioso, morto avvolto da un alone sinistro. Il giovane fuggiasco aiuta il Monsignore nei suoi esperimenti esoterici,  lo aiuta nella compilazione e nello smistamento di lunghi messaggi cifrati, nelle ricerche tra gli scaffali della sconfinata libreria. Giacomo, incalzato da un prete investigatore inviato dalla Curia – vuole usarlo per saperne di più sull’oscuro sacerdote – e tormentato da visioni ricorrenti di presunte vittime di Nerio, si trova incastrato in una ragnatela di dubbi e timori, non senza cominciare a provare un po’ d’affetto verso il cupo e affascinante Monsignore. Tuttavia, proprio cercando di aiutare il padrone, Giacomo giunge a una sconvolgente rivelazione, destinata a legarlo per sempre al patto di sangue stretto all’inizio del suo sinistro esilio…

Analisi di L’arcano incantatore –  C’è lo spaghetti western, c’è il tortellini horror-fantasy: ed è cosa di Pupi Avanti. Le puntate del prolifico cineasta bolognese nei territori del brivido e del sovrannaturale non sono frequenti, ma ben distribuite in una quarantennale filmografia generalmente sviluppata su altri toni (ma inaugurata cercando di procurare qualche tremore con Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati).

L’arcano incantatore, uscito nel 1996, è il penultimo lavoro di questo filone (Il nascondiglio, del 2007, è il più recente). Dominato dalla performance di Carlo Cecchi, capace di dare ambigua e tenebrosa consistenza al Monsignore, L’arcano incantatore di Avati riesce a tener desta l’attenzione dello spettatore fino alla fine: il buio di Giacomo è il buio di chi guarda, difficile quindi annoiarsi. La vicenda è raccontata dal protagonista, imprigionato nel patto demoniaco stipulato prima di lasciare Bologna, a un frate che speranzoso lo interroga sulla sua vicenda; in altre parole, la storia principale è un lungo flashback che s’ingenera da un’esile cornice, incarnandosi in immagini e suoni a partire dalla voce sofferente del protagonista.

Il cattolico Pupi elegge la Chiesa a solido scoglio e luce, nonostante tutto; la verità e la quiete, alla fine, altro non sono che il recinto buono di una parrocchia. Nessuna voglia di negare il trascendente e ridurlo ad allucinazione, incubo, visione; né di radiosi sollievi razionali. Anzi: c’è il Maligno, diffuso nella campagna e nel mondo, lesto a far leva sugli errori e le sviste degli uomini, a offrirsi in qualità di servo – come si dice nel film – per farsi subito padrone.

Qualche assonanza con Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud (su temi ed elementi assai rilevanti anche nel romanzo di Eco): la biblioteca buia e un po’ labirintica, i messaggi in codice, la conturbante presenza delle converse (in una casa poco distante dal maniero) che richiama l’animalesca foga dell’indemoniata che inizia Adso ai piaceri della carne.

Le converse – espulse dal convento, rifiutate dalla loro case – sono terreno fertile per richiamare l’amato (da Pupi) Fellini: vesti svolazzanti di candore, fianchi torniti, sorrisi. E le ostie vivacemente impastate e ritagliate dalle giovani si offrono ingannevoli alla cinepresa, per pochi istanti, come grasse e non sacre sfoglie pronte a chiudersi su un ripieno di carne, saziando l’ossessione culinaria dell’autore e quasi facendo esclamare: “Mancan sol Gianni Cavina e il jazz”.

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