Max e Chelimo sono due giovani, due corridori. Uno è italiano e corre per vincere la Maratona di Roma, l’altro è keniota e nel suo paese corre per consegnare la posta. Il primo ha trent’anni ed è in cerca di un’opportunità per farsi  finalmente notare. La maratona è probabilmente la sua ultima chance. Per il secondo, invece, abituato alla dura realtà del Kenia, correre una maratona vera sarebbe solo un sogno. Le strade dei due ragazzi s’incontrano quando Chelimo viene scoperto da un manager, lo stesso di Max, arrivato in Kenia proprio in cerca di talenti. Così il giovane keniota approda a Roma, ospite di Max, e i due si preparano insieme per la corsa. A dividerli però c’è una scelta importante: Max dopo un incidente, ha scelto la strada del doping per avere più chance di vincere la corsa, consigliato in questo dal suo manager e coadiuvato da un medico compiacente. Chelimo, invece, rifiuta il ricorso a qualsiasi tipo di doping. Max si accorgerà presto che assumere sostanze dopanti ha conseguenze serie e sarà posto di fronte a un’altra scelta, mentre Chelimo proverà a correre e a vincere la maratona con le sue sole forze.  

 

Questa in sintesi la trama del cortometraggio ideato e prodotto da Massimiliano Monteforte, che ne ha affidato la regia al fotografo e regista Virginio Favale, chiamando a raccolta un gruppo ben affiatato di attori e tecnici per mettere in piedi un progetto nel quale crede fortemente e che va anche al di là di questo corto, presentato il 7 marzo alla stampa in Campidoglio. Il progetto infatti ha tra i suoi partner proprio la Maratona di Roma e dunque vede il Comune impegnato in prima linea. Intento condiviso era mostrare la tanta passione per lo sport qui messa in campo.

Era un sogno che coltivavo da tempo – ha dichiarato Monteforte – Oggi ho la prova che i sogni si possono realizzare. Non occorrono grossi budget, ma soltanto buoni amici ( si riferisce alla troupe di tecnici, al cast, a quanti hanno collaborato al progetto ndr). Occorrono piuttosto le idee, le passioni, le professionalità. Quanto lavoro e impegno c’è dietro tutto questo lo sanno i miei amici (…), lo sa soprattutto il regista Virginio Favale, che ha condiviso con me ogni momento assieme al direttore della fotografia Pierre Andrè Transunto.” Sull’esperienza di lavoro in Kenia, dove è stato girato parte del corto: “E’ stata un’esperienza toccante e vi assicuro che dall’Africa nessuno di noi è tornato com’era prima”.

Il messaggio a favore di uno sport sano e onesto, che riscopra i suoi autentici valori e sia libero dal doping, arriva forte e chiaro. Emblematica in tal senso la frase pronunciata dalla voce fuori campo del padre di Max (voce prestata dal sempre ottimo Roberto Pedicini) che rivolgendosi al figlio, dice press’a poco così: “quand’è che hai smesso di correre per vivere e hai iniziato a farlo per non morire?”. Evidenziando come la spirale del doping snaturi completamente lo sport, facendolo diventare una lotta per la vittoria, ma più ancora contro la morte, anziché un modo per godere appieno della vita.

Gli attori offrono buone prove e si mostrano convincenti: a partire da Gianluca Scuotto nel ruolo di Max, ma anche i due “cattivi” della situazione, il manager interpretato da Sebastiano Colla e il medico impersonato da Giuseppe Cruciani, conduttore radiofonico, vero appassionato di corsa e maratoneta. Nei panni di Chelimo troviamo l’atleta keniota Festus Langat. La regia di Virginio Favale fa sì che la vicenda scorra fluidamente, prima in due location distinte, poi con un’unica ambientazione. La musica è molto presente nel corto e scandisce le sue fasi. In certi momenti forse le si dà troppo risalto ed è un peccato che faccia sfuggire qualche parola.

Il cortometraggio contiene alcune buone idee, cui si deve la sua efficacia, seppur sia girato con pochi mezzi. Ad esempio quella di mettere in parallelo i due personaggi, l’italiano e il keniota: è proprio chi vive di pochissimo in Kenia a poterci insegnare che la corsa, e più in generale lo sport, non è un business, ma è un grande sogno che non si può sciupare col doping. Anche l’idea di usare il criceto Bikila funziona: appare ogni tanto nel film, intento a girare a vuoto sulla sua ruota, perfetta metafora del doping.

Certo, il rischio retorico c’è e a volte si preferisce cedervi in nome della necessità di ribadire il forte no al doping. Il finale è aperto e piuttosto ottimista, lasciando aperti spazi di ravvedimento e un percorso di formazione e crescita per Max, a sottolineare che anche per chi ha scelto la strada sbagliata non è mai troppo tardi per cambiare idea.

Il valore del corto va però soprattutto ricercato nell’importanza di una presa di posizione forte contro l’uso di sostanze dopanti, sempre più pericolose e insidiose anche a livello di sport amatoriale. È fondamentale, in questo senso, che queste voci si levino proprio dal mondo dello sport, da chi, come Monteforte, è tra gli organizzatori della Maratona di Roma. Ci auguriamo siano sempre più numerose. Purosangue è un passo nella giusta direzione.

Gianluca Scuotto, sei stato messo in forma da Massimiliano?

Gianluca Scuotto, protagonista nel ruolo di Max: “Sì, mi ha dato dei suggerimenti perché non sono un corridore. Spero di non aver fatto brutta figura davanti a dei professionisti. (…) Max mi ha fatto fare allenamenti, correggere la posizione del piede o altri particolari importanti per voi corridori. È stato interessante fare questa immersione nel mondo della corsa e della maratona”.

Sebastiano Colla, che interpreta il manager di Max in trasferta in Kenia in cerca del campione, racconta così l’esperienza: “Esperienza bellissima (…). Quanto detto da Max sull’amicizia è fondamentale. Abbiamo vissuto lì (in Kenia ndr) in situazioni anche tristi, che ci mettevano a disagio: vedere come vivono loro e come viviamo noi… I primi mesi che sono tornato (…) vedevo la vita in maniera diversa. Purtroppo poi passa il tempo e si dimentica, perché l’Occidente torna e ci rimangia. (…) Lì c’era una realtà difficile, ma anche uno spirito e una gioia di correre che raramente ho visto”.

   

A Giuseppe Cruciani, conduttore radiofonico, maratoneta e opinionista sportivo che nel corto veste i panni del medico senza scrupoli è stato chiesto:

Hai avuto remore nell’interpretare questo medico corrotto?

Giuseppe Cruciani: “Assolutamente no, perché la parte del cattivo mi si addice”, e aggiunge, “il doping mi fa orrore,(…) a me che ho difficoltà anche a prendere un’aspirina”. Poi fa un paragone tra doping e politica corrotta e sostiene: “È doppiamente stupido l’atleta dopato perché la maggior parte delle volte non prende una lira o comunque in rari casi ci guadagna, e si fa anche del male fisicamente. Invece il politico corrotto (sto generalizzando naturalmente) quasi sempre se la cava e resta più o meno ricco. Le sue fortune acquisite in maniera illegale gli restano attaccate”. Quindi passa a parlare del suo amore per la corsa e lo sport pulito: “La cosa straordinaria è che i kilometri di corsa vengono incastrati in una vita professionale intensa. (…) A volte ti chiedi chi te lo fa fare. Ma questa è la cosa straordinaria della corsa: ti fa ragionare, scoprire le cose belle della vita, (…) costruisci anche la tua vita professionale. In quelle ore produci di più rispetto a due ore di concentrazione al tavolino. Questo è il bello dello sport amatoriale. (…) Correre gli ultimi 6-7 kilometri della Maratona di Roma (…) per vivere la città, e correrli sentendoti bene, non solo per migliorarti di 3-4 minuti, credo sia il vero obiettivo da raggiungere”.

Il doping si può paragonare a una politica corrotta?

On. Alessandro Cochi, Delegato alle politiche sportive di Roma Capitale: “E’ sicuramente un pensiero corrotto (…), è un male assoluto. Sicuramente si è incentivato il risultato a tutti i costi perché l’economia è entrata nello sport a tutti i livelli”, tuttavia, sottolinea: “non dobbiamo essere disfattisti, ma piuttosto fare cultura. Fa piacere che ci sia un prodotto nato a Roma, (…) che riguarda la corsa e la Maratona di Roma e che viene da un atleta (Massimiliano Monteforte ndr) che fa dello sport uno stile di vita. (…) Gli sportivi devono essere ottimisti, Massimiliano ce lo insegna. Quindi andiamo avanti è godiamoci un prodotto che ha dei validi contenuti e merita di essere presentato in Campidoglio oggi.” Poiché, aggiunge, Purosangue non è solo un sogno portato a compimento da Monteforte, ma anche “strumento di cultura sportiva e oggi più che mai ce n’è bisogno”.     

Riguardo al successo della Maratona di Roma, il suo Presidente Enrico Castrucci ne rende merito, oltre che alle bellezze della città,  “al grande comitato organizzatore, di cui Monteforte fa parte”. Quindi rivendica i risultati, anche in termini di consenso, raggiunti in questi anni dalla maratona romana: “Abbiamo cambiato l’opinione dei cittadini romani. Inizialmente era vista come un ostacolo, i cittadini si lamentavano (…). Ora le lamentele non ci sono più. Su Purosangue dice: “Il progetto Purosangue ci ha visto compartecipi perché la Maratona di Roma è un grande evento, e come tale vuole mandare grandi messaggi. Lo sport dev’ essere non sfrenato antagonismo, ma sano agonismo. È in funzione di questo principio che abbiamo lavorato e lavoriamo. (…)” Si dice poi fiero che le grandi riviste nazionali e internazionali abbiano parlato della maratona romana come della più bella al mondo, ma anche meglio organizzata. Parlando del lavoro di Monteforte anche all’interno della maratona dice: “Ha sempre coniugato i princìpi etici dello sport con la presentazione di grandi atleti. A questo elemento ci agganciamo, perché il no al doping non rimanga retorica, ma diventi sostanza

Anche  per il direttore di “Correre”, Valerio Menarini, il momento in cui si è aperto uno spazio alla possibilità del doping nella corsa (“correre è diventato correre per non morire”, come recita una frase del film) è coinciso con la trasformazione di questo sport in business. “” dice Menarini “abbiamo cominciato a intraprendere la strada del correre come schiavitù e non come libertà. Siamo diventati professionisti e quindi siamo entrati in una logica diversa dal correre perché fa parte di te. Però la speranza (legata alla sequenza finale del film ndr) che il protagonista riprenda le scarpe è probabilmente il messaggio che vuole darci Massimiliano con tutto il suo lavoro”. Quindi definisce Purosangue come “Un sogno diventato vero”, perché, spiega: “ Sei anni fa (…) Purosangue era un foglio di carta, ora è diventato questo” e ribadisce quale sia uno degli aspetti che più ama del suo mestiere, e per cui si è appassionato da subito al progetto: “Vedere le persone che sanno coltivare i propri sogni nella corsa e far sapere agli altri  che la corsa non è solo dimagrire o tenersi in forma, perché altrimenti il rischio è quello di finire come il criceto Bikila”.