Più volte succede che l’approccio filosofico all’esistenza quotidiana ci riveli l’arbitrarietà dei pregiudizi mentali, tramite cui crediamo di vivere autenticamente. Spesso, i grandi artisti vogliono indirizzare lo spettatore verso una consapevolezza così impegnativa. Se consideriamo, ad esempio, il film di Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio, si giustificherà che l’intero montaggio delle scene sia volto a suscitare la nostra interrogazione sopra tutto ciò che appare ovvio. A testimoniarlo concorrono soprattutto le situazioni limite, quelle per cui noi restiamo vittime di qualche evento, angoscioso o doloroso. Pure il fenomeno artistico può diventare un utile viatico verso la migliore e più esaustiva conoscenza di sé. Nel film 2001: Odissea nello spazio, ogni desiderio umano d’apprendere la Verità si concentrerà simbolicamente nella figura del misterioso monolite. Esso all’inizio è contemplato dalla scimmia, e successivamente dagli astronauti. Il monolite sembra un oggetto assolutamente estetico, in quanto ci chiederebbe di stravolgere i vincoli con le categorie del nostro vissuto, date dai pregiudizi quotidiani. Questi saranno finalmente ripensati, di fronte alla meraviglia dell’inesprimibile. Ci abbandoniamo allo stupore dell’ignoto, il quale si pone, tramite l’opera d’arte, come simbolo d’una dimensione divina, sempre più pura. Se ammettiamo questo, dobbiamo anche concludere che l’uomo, finché sarà vivente e quindi caduco, difficilmente raggiungerà una sapienza perfetta del Mistero che lo circonda. Naturalmente, il fenomeno artistico si percepirà allo stesso modo. Un lettore che razionalmente pretendesse di violare tale condizione, si troverebbe a dover comunque dire qualcosa, ma, nello stesso tempo, le sue risposte resterebbero ancora riduttive, e magari facilmente opinabili. In fondo, nel film di Kubrick il monolite uccide tutti coloro che tentano di svelarne i segreti. Giustamente, potremmo interpretare quegli assalti come azioni babeliche. Il filosofo tedesco Martin Heidegger intravide nel fenomeno estetico l’abilità da parte della Dimensione Assoluta di celarsi e insieme svelarsi nella sapienza completa del Mistero. Kubrick trasportò la medesima dialettica in campo cinematografico. Una vera e propria odissea della conoscenza attende l’astronauta che s’appresti a ricercare la Verità. Una tesi che rientrerebbe nella filosofia di Platone. Lui ci ricorda che nel fenomeno artistico l’ideale astratto della sapienza è trasmissibile solo attraverso la materia, lavorata dal pittore o dallo scultore. Quest’ultima, però, già riduceva le speranze che il contemplatore colga il suo significato più autentico, ben al di là del mero prodotto fabbricato. Infatti, la materia veniva riconosciuta in quanto tale attraverso lo sguardo di chi volesse studiarne l’artisticità. Ma, facendo questo, il lettore/contemplatore avrebbe forzatamente applicato i propri pregiudizi intellettuali di riferimento.

In 2001: Odissea nello spazio, la scimmia che impara ad usare gli arnesi per vivere, sfrutta un processo conoscitivo del tutto intuitivo ed ipotetico. Essa si aiuta con la contemplazione del raggio solare, che emerge dietro al monolite, perciò a causa del Divino. Nel contempo, però, lì la scimmia non deduce in via perfetta alcuna sapienza. Qui torna la dialettica propugnata da Heidegger, dentro il vero fenomeno estetico. Comunemente, si obietta che la cultura contemporanea curi poco l’espressione artistica, preferendo che si sviluppino abilissime maestranze nel campo della tecnologia. Si crede poi che il linguaggio estetico, libero dalle convenzioni arbitrarie (per cui abbastanza metaforico da rivelare l’Assoluto), abbia ormai ceduto il passo a quello standardizzato o banale, della multimedialità. Heidegger temeva questo, benché gli antichi greci non opponessero nettamente la tecnica all’artisticità. In effetti, loro riconoscevano che qualunque fenomeno estetico fosse pur sempre costruito, dunque materiale, distanziandosi immediatamente dal divino. Faremmo meglio a rivalutare il prodotto tecnico, come un ulteriore viatico per raggiungere la Verità. Il misterioso monolite scoperto dagli astronauti sulla nuova luna è perfettamente geometrico. Quello ci sembrerebbe proprio un prodotto standardizzato. In primo luogo, poi, il monolite possederà una chiara materialità. Tuttavia, questa risulta piuttosto particolare, perché eterea e capace di dare le allucinazioni a chi voglia conoscerla, come gli astronauti. E’ anche così che uno di loro, Bowman, compirà il suo reale cammino d’introspezione autocritica. Qualcosa che a buon diritto percepiremo con più motivazioni etiche. A fondamento del monolite, non può esistere la mera materialità geometrizzante del prodotto (come nella serialità industriale). Il film di Kubrick ci insegna l’infinitezza del nostro cammino conoscitivo, verso la Sapienza Assoluta. Esso necessariamente diventerà sempre più pratico, lungi dal mero intellettualismo. Il film si conclude con l’immagine molto vissuta delle tre età, che si succedono l’una sull’altra. L’adulto (l’astronauta Bowman) che ha potuto entrare nelle quattro pareti del monolite divino  diventa nello stesso tempo bambino e vecchio. L’intellettualismo della contemplazione si risolve nel punto massimo della pratica vitale (se questa riguarda l’intera esistenza, dalla nascita alla morte). L’impulso etico delle persone si libera forse più dall’anima che dalla mente razionale, spesso astratta. Un’idea che noi troveremmo all’inizio del film, quando la scimmia scopre il sapere molto pragmatico dell’arnese. Quella procede da una serie di pensieri ipotetici. Spesso, il cuore sa porsi in maniera autocritica molto prima della ragione. Nel film 2001: Odissea nello spazio, il celebre computer Hal 9000 acquista svariate capacità emotive, senza che i suoi programmatori le avessero previste. Lui saprà ridiscutere ogni pregiudizio personale. E’ il momento in cui la razionalità programmatica, all’origine stoltamente sopravvalutata come infallibile, sceglie di vivere secondo una sua morale (sfortunatamente per gli astronauti, contro di loro).

Hal 9000 subisce la disconnessione da parte del solo astronauta sopravvissuto ai suoi inspiegabili omicidi. La memoria informatica si vede configurata tramite una fila di sottili barre rosse. Forse per Kubrick il monolite è una fessura perché il suo assalitore deve letteralmente ritagliarsi uno spazio visivo. Ciò varrebbe sotto le coperture del mondo solo materiale.