La seconda stagione di Kohrra di Netflix amplia l’universo morale già tracciato nel primo capitolo e spinge la narrazione verso territori ancora più oscuri. Ambientata nella cittadina di Dalerpura, la serie costruisce un caso di omicidio che diventa il punto di rottura di equilibri familiari, segreti sepolti e colpe collettive. La morte di Preet non è solo un delitto da risolvere, ma il detonatore di una verità che coinvolge intere generazioni. Nel finale, la risposta alla domanda “chi ha ucciso Preet?” è tanto sconvolgente quanto tragicamente coerente con il mondo raccontato.
Kohrra 2 – Cosa succede prima del finale
La stagione si apre con il ritrovamento del corpo di Preet nel fienile accanto alla casa di famiglia. I segni sul collo indicano strangolamento, ma la dinamica resta ambigua: è morta soffocata o trafitta dal picco su cui è stata ritrovata? L’indagine guidata da Amarpal Garundi e dalla sua superiore Dhanwant Kaur si muove inizialmente lungo piste prevedibili. I sospetti ricadono su Johnny Malang, con cui Preet realizzava video social; sull’ex marito, minacciato dopo un prelievo ingente di denaro dal suo conto; e su Baljinder, il fratello, che temeva di perdere parte dell’eredità.
Parallelamente, la serie introduce Arun, un giovane arrivato dal Jharkhand alla ricerca del padre scomparso vent’anni prima. Quello che sembra un filone secondario si rivela progressivamente centrale: il padre di Arun, Rakesh Kumar, era stato venduto come lavoratore vincolato alla famiglia di Baljinder, insieme ad altri uomini ridotti in una forma di schiavitù moderna. Incatenati e privati della libertà per due decenni, i cinque uomini lavoravano in condizioni disumane. Questo passato, occultato con cura, diventa la chiave per comprendere la tragedia presente.
Chi ha ucciso Preet? La verità su Rakesh Kumar
La rivelazione finale è amara e profondamente tragica: Preet è stata uccisa da Rakesh Kumar, il padre di Arun. Tuttavia, la sua morte non nasce da un piano premeditato, bensì da una concatenazione di traumi e responsabilità accumulate nel tempo.
Quando Preet rientra dagli Stati Uniti pochi mesi prima dell’omicidio, scopre con orrore che Rakesh è ancora tenuto prigioniero nella proprietà di famiglia. È lei a insistere perché venga liberato, costringendo Baljinder a scioglierne le catene. Ma vent’anni di prigionia non si cancellano in una notte. Rakesh, mentalmente devastato, non comprende il concetto di libertà: continua a vagare in stato confusionale e, per inerzia psicologica, torna al fienile per incatenarsi di nuovo.
La notte dell’omicidio, dopo un litigio con Johnny Malang e l’assenza del custode, Rakesh rientra nella proprietà. Preet lo trova incatenato e cerca di liberarlo ancora una volta. Nel tentativo di convincerlo che è finalmente libero, qualcosa si spezza nella mente dell’uomo. In un impeto improvviso, la afferra alla gola e la strangola. Quando la lascia, Preet cade all’indietro e finisce trafitta sul picco. Rakesh, incapace di comprendere pienamente ciò che ha fatto, si allontana lasciando dietro di sé il corpo.
La verità emerge solo quando Garundi riconosce Rakesh nella fotografia portata da Arun e, riportandolo sulla scena del crimine, osserva come l’uomo torni meccanicamente alle catene. È un gesto che dice tutto: Rakesh non è solo un assassino, ma il prodotto di un sistema brutale che lo ha privato di identità e lucidità.
Chi è davvero responsabile della morte di Preet?
Il finale non si limita a individuare un colpevole materiale. Quando la madre di Preet maledice Rakesh, Dhanwant e Garundi ribaltano la prospettiva: sono stati Baljinder, la madre e l’intera famiglia a creare le condizioni che hanno portato alla tragedia. Tenere un uomo incatenato per vent’anni equivale a distruggerne l’umanità. Preet, paradossalmente, muore proprio per aver tentato di rimediare all’ingiustizia.
La serie suggerisce così un concetto chiave: il delitto non nasce in un istante, ma si sedimenta nel tempo. Rakesh compie l’atto, ma la colpa è condivisa. In questo senso, Kohrra mantiene la sua cifra narrativa: nessuno è innocente, e ogni peccato prima o poi presenta il conto.
Garundi e Silky tornano insieme?
Sul piano personale, la stagione mette in crisi il matrimonio tra Garundi e Silky. Trasferitosi a Dalerpura per allontanarsi dalle tensioni familiari, il detective sperava di ricominciare da capo. Ma i segreti lo seguono. La rivelazione che Garundi è il padre del figlio non ancora nato della cognata Rajji distrugge la fiducia di Silky, che lo lascia dopo avergli dato la possibilità di confessare.
Il finale lascia uno spiraglio: Silky si siede accanto a Garundi in ospedale, dopo la nascita del bambino di Rajji. Non è una riconciliazione definitiva, ma un segnale di apertura. Come l’indagine principale, anche questa relazione richiederà tempo per guarire. La serie non offre soluzioni semplici, ma suggerisce che la verità, per quanto dolorosa, sia l’unico punto di partenza possibile.
Perché Dhanwant vende la moto del figlio? Jagdish tornerà?
Dhanwant Kaur affronta un dolore parallelo: la morte del figlio adolescente in un incidente causato dal marito Jagdish, che guidava ubriaco. La moto del ragazzo diventa un simbolo del lutto congelato. Quando Jagdish scompare e si scopre che si è ricoverato in rehab, la donna comprende che il marito sta finalmente affrontando la propria colpa.
Nel momento in cui Dhanwant decide di vendere la moto, la serie segna un passaggio fondamentale: non è un tradimento della memoria del figlio, ma l’inizio di un’elaborazione sana del dolore. L’ultima scena, con Jagdish che prova a ricontattarla, suggerisce una possibile ricostruzione del rapporto. Non è garantita, ma è possibile.
Un finale che parla di schiavitù, colpa e responsabilità collettiva
Il cuore del finale di Kohrra 2 non è il semplice “chi”, ma il “perché”. Preet muore perché ha tentato di rompere una catena lunga vent’anni. Rakesh uccide perché è stato disumanizzato. La famiglia di Baljinder paga per un sistema di sfruttamento che ha considerato normale. E gli investigatori, con le loro fragilità personali, riflettono lo stesso mondo imperfetto che cercano di riparare.
La nebbia evocata dal titolo non è solo atmosferica: è morale. E nel finale, quando la verità emerge, non dissolve completamente l’oscurità. La illumina appena, quanto basta per ricordare che la giustizia, a volte, è solo il primo passo verso una consapevolezza più scomoda.
