Come ho catturato il serial killer: la storia vera che ha ispirato il film

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Quando si guarda il thriller Come ho catturato il serial killer (How She Caught a Killer), è difficile non chiedersi quanto ci sia di reale dietro la storia raccontata sullo schermo. Il film Lifetime diretto da Robin Hays segue infatti una giovane detective alle prime armi che decide di infiltrarsi sotto copertura per fermare un assassino seriale che prende di mira donne vulnerabili lungo una trafficata arteria stradale americana.

La presenza di elementi come omicidi realmente plausibili, indagini dell’FBI e operazioni sotto copertura contribuisce a dare alla vicenda un forte senso di autenticità. La risposta è che il film non racconta una storia vera specifica dall’inizio alla fine, ma si ispira direttamente a uno dei casi di serial killer più inquietanti degli Stati Uniti degli anni Ottanta.

Gli sceneggiatori Yuri Baranovsky e Angela Gulner hanno infatti preso spunto da eventi realmente accaduti per costruire la loro narrazione, adattandoli e modificandoli per esigenze drammatiche. Dietro la figura del killer che terrorizza la Route 60 si nasconde infatti una vicenda criminale che sconvolse il Delaware e che portò a una delle più celebri operazioni sotto copertura mai realizzate da una poliziotta americana.

La vera storia di Steven Brian Pennell, il serial killer della Route 40 che terrorizzò il Delaware negli anni Ottanta

L’ispirazione principale di Come ho catturato il serial killer arriva dal caso di Steven Brian Pennell, conosciuto dai media come il “Route 40 Killer”. Tra il 1987 e il 1988, Pennell seminò il terrore lungo la U.S. Route 40, una strada che attraversa il Delaware e che all’epoca era frequentata da prostitute, camionisti e lavoratori notturni.

Le sue vittime erano principalmente donne che esercitavano la prostituzione e che venivano adescate mentre cercavano clienti lungo il tragitto. Il primo omicidio attribuito a Pennell fu quello di Shirley Anna Ellis, una giovane aspirante infermiera che, per sostenersi economicamente, svolgeva anche attività di sex worker.

Il suo corpo venne ritrovato il 29 novembre 1987 in condizioni terribili, mostrando chiari segni di torture e violenze. Quel delitto fu solo l’inizio di una serie di omicidi che avrebbero messo in seria difficoltà le autorità locali, incapaci inizialmente di individuare uno schema preciso dietro le sparizioni e i ritrovamenti dei corpi.

Come ho catturato il killer Sarah Drew

Le indagini si concentrano sulla Route 40 mentre il numero delle vittime continua ad aumentare

Nel corso dell’anno successivo altre donne scomparvero o furono trovate assassinate lungo la stessa area geografica. Gli investigatori iniziarono a notare inquietanti similitudini tra i delitti: le vittime appartenevano tutte a categorie particolarmente esposte, gli omicidi avvenivano in prossimità della Route 40 e le modalità delle aggressioni suggerivano l’azione di un unico responsabile.

Nonostante ciò, l’identificazione del colpevole si rivelò estremamente complessa. Pennell conduceva infatti una vita apparentemente normale e non possedeva precedenti penali significativi che potessero attirare l’attenzione delle autorità. Proprio come accade nel film, gli investigatori si trovarono di fronte alla necessità di adottare strategie non convenzionali.

Fu allora che maturò l’idea di utilizzare un’agente sotto copertura che potesse mescolarsi alle potenziali vittime e attirare l’attenzione del killer. Questa scelta rappresentò una svolta fondamentale nell’indagine e trasformò il caso in una delle operazioni investigative più rischiose e innovative dell’epoca.

L’operazione sotto copertura di Renée Taschner e la cattura definitiva del Route 40 Killer

La figura che più ricorda la protagonista del film è quella della poliziotta Renée Taschner, agente che nel 1988 accettò di fingersi una prostituta per pattugliare le zone frequentate dall’assassino. L’operazione comportava rischi enormi: l’obiettivo era attirare il killer senza diventare una sua vittima. Durante una delle sue uscite sotto copertura, Taschner venne avvicinata da un uomo che cercò di convincerla a salire a bordo della propria auto.

L’agente rifiutò ma riuscì a registrare il numero di targa del veicolo. Le verifiche successive portarono direttamente a Steven Brian Pennell, un elettricista di 31 anni apparentemente insospettabile. Grazie a un mandato di perquisizione, gli investigatori esaminarono il suo mezzo e scoprirono prove schiaccianti: tracce ematiche riconducibili alle vittime, capelli e un vero e proprio kit di tortura contenente manette, coltelli, pinze, aghi e altri strumenti utilizzati durante le aggressioni.

Con quelle evidenze, Pennell venne arrestato il 29 novembre 1988, esattamente un anno dopo il primo omicidio accertato. Il serial killer fu successivamente processato e condannato per diversi omicidi, ponendo fine a una delle più inquietanti serie criminali della storia recente del Delaware.

Sarah Drew in Come ho catturato il killer

Come il film trasforma una storia vera in un thriller investigativo e perché il suo messaggio resta attuale

Pur ispirandosi chiaramente al caso di Steven Brian Pennell, Come ho catturato il serial killer non si limita a ricostruire fedelmente gli eventi reali. Gli autori scelgono infatti di condensare personaggi, situazioni e dinamiche investigative per creare una narrazione più compatta e coinvolgente.

La protagonista Linda Murphy non corrisponde direttamente a una figura storica precisa, ma rappresenta un insieme di esperienze vissute da diverse donne impegnate nelle forze dell’ordine durante quegli anni. Il film utilizza la vicenda del Route 40 Killer per riflettere su temi ancora attuali, come la vulnerabilità delle vittime ignorate dalla società, le difficoltà delle indagini sui crimini seriali e il ruolo fondamentale degli agenti che lavorano sotto copertura.

In questo senso, la pellicola riesce a mantenere un forte legame con la realtà pur adottando le convenzioni del thriller televisivo. Il risultato è un racconto che intrattiene ma che ricorda anche una pagina oscura della cronaca americana, mostrando come determinazione, coraggio e intuizione investigativa possano fare la differenza quando la giustizia sembra lontana.

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Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato con lode in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza e iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come giornalista pubblicista. Dal 2018 collabora con Cinefilos.it, assumendo nel 2023 il ruolo di Caporedattore. È autore di saggi critici sul cinema pubblicati dalla casa editrice Bakemono Lab.
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