Il Falsario, la storia vera: quanto c’è di reale nel film Netflix con Pietro Castellitto

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Il film Il Falsario (The Big Fake), produzione italiana ambientata nella Roma degli anni Settanta, utilizza il linguaggio del cinema criminale per raccontare una storia profondamente intrecciata con uno dei periodi più oscuri della storia repubblicana. Pur scegliendo una narrazione di finzione, il film affonda le sue radici nella vita reale di Antonio Chichiarelli, uno dei falsari più discussi e misteriosi dell’Italia del Novecento.

Il risultato non è un biopic tradizionale, ma una rielaborazione drammatica che mescola personaggi inventati e avvenimenti storici reali, mantenendo una forte aderenza al contesto socio-politico dell’epoca.

Antonio “Toni” Chichiarelli: il vero falsario dietro il film

Antonio Chichiarelli nasce a Roma e si muove sin da giovane nei circuiti criminali della capitale. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta entra in contatto con il sottobosco romano, occupandosi inizialmente di piccoli furti e contraffazioni, fino a diventare noto per una capacità straordinaria: la riproduzione quasi perfetta di opere d’arte e documenti ufficiali.

La sua abilità lo rende una figura centrale nei traffici illegali della città. Chichiarelli non è solo un falsario d’arte, ma un tecnico del falso a tutto campo: documenti, comunicati politici, passaporti. È proprio questa versatilità a renderlo prezioso – e pericoloso – in un’epoca in cui il confine tra criminalità comune, terrorismo e apparati deviati dello Stato è estremamente labile.

I legami con la Banda della Magliana

Il Falsario
Lucia Iuorio/Netflix

Nella seconda metà degli anni Settanta, Chichiarelli entra in contatto con la Banda della Magliana, l’organizzazione criminale che per anni controlla traffici, estorsioni e rapporti trasversali con ambienti politici e servizi segreti. In particolare, sviluppa un rapporto stretto con Danilo Abbruciati, uno dei membri più noti della banda.

Il film rielabora questi rapporti attraverso personaggi fittizi, ma conserva l’idea centrale: Chichiarelli non agiva ai margini, bensì al centro di una rete criminale strutturata, in cui il falso era uno strumento strategico, non un semplice espediente economico.

Il caso Aldo Moro e il falso comunicato delle Brigate Rosse

Uno degli elementi storici più rilevanti ripresi dal film è il rapimento di Aldo Moro, avvenuto nel 1978 per mano delle Brigate Rosse. Durante i 55 giorni di prigionia, una serie di comunicati ufficiali scandisce l’angoscia del Paese.

Tra questi emerge il famigerato Comunicato n.7, che annuncia falsamente la morte di Moro. Quel documento non era autentico: fu realizzato proprio da Antonio Chichiarelli. La sua perfezione formale inganna l’opinione pubblica e contribuisce a creare confusione politica e mediatica in un momento cruciale.

Solo dopo la morte di Chichiarelli si scoprirà il suo coinvolgimento diretto in quella falsificazione, considerata oggi uno degli episodi più inquietanti di depistaggio della storia italiana.

Rapine, depistaggi e una morte mai chiarita

Le indagini successive alla morte di Chichiarelli rivelano una rete criminale ancora più vasta. Tra i fatti emersi figura anche il suo coinvolgimento nella rapina al deposito della Brink’s Company, messa in scena per sembrare un’azione delle Brigate Rosse. Il bottino – denaro contante, assegni, oro e lingotti – viene stimato in circa 37 miliardi di lire.

Nel 1984, a soli 36 anni, Antonio Chichiarelli viene ucciso a colpi d’arma da fuoco. Il caso resta irrisolto. Nonostante i sospetti ricadano sulla Banda della Magliana, l’ex capo Maurizio Abbatino negherà sempre un coinvolgimento diretto dell’organizzazione. La morte del falsario resta uno dei tanti misteri irrisolti degli anni di piombo.

Quanto è fedele Il Falsario alla realtà?

Il Falsario sceglie consapevolmente di non raccontare la storia di Chichiarelli in modo pedissequo. I nomi cambiano, le relazioni vengono rimescolate, la cronologia è compressa o alterata. Tuttavia, il film resta sorprendentemente fedele a ciò che conta davvero: l’atmosfera, il clima di paranoia, la commistione tra criminalità e politica, e il ruolo centrale del falso come arma di potere.

La finzione serve a dare profondità emotiva a una figura che, nella realtà, è rimasta a lungo opaca e frammentaria. In questo senso, Il Falsario non è un racconto storico puro, ma una riflessione su un’epoca in cui la verità era spesso solo un’altra forma di contraffazione.

Un equilibrio tra storia e cinema

Alla fine, Il Falsario si colloca in una zona di confine: non ricostruzione documentaria, ma neppure invenzione totale. Il film utilizza la vita di Antonio Chichiarelli come struttura portante per raccontare una Roma lacerata, dove il talento diventa colpa, l’arte si trasforma in arma e la sopravvivenza passa attraverso il tradimento.

È proprio in questo equilibrio tra realtà e finzione che il film trova la sua forza: non nel raccontare tutta la verità storica, ma nel restituire la sensazione di un’epoca in cui il falso era più credibile del vero.

Redazione
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