Uscito nel 2005, King Kong rappresenta uno dei progetti più ambiziosi della carriera di Peter Jackson. Dopo il successo planetario della trilogia de Il Signore degli Anelli, il regista neozelandese sceglie di confrontarsi con un mito fondativo del cinema classico, riportando sul grande schermo la creatura che aveva segnato la sua immaginazione fin da ragazzo. Il film si colloca così come opera di passione e dichiarazione d’amore verso il cinema delle origini, ma filtrata attraverso mezzi produttivi e tecnologici contemporanei.
All’interno della lunga vita cinematografica del personaggio, il film si inserisce come erede diretto del classico King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, aggiornandone l’impianto narrativo e amplificandone la dimensione epica e sentimentale. Jackson recupera l’ambientazione anni Trenta e il senso di meraviglia avventurosa, ma approfondisce la psicologia dei personaggi e il legame tra Ann Darrow (Naomi Watts) e la creatura. Il suo Kong non è soltanto una minaccia spettacolare, bensì una figura tragica, isolata, quasi romantica, che riflette le contraddizioni dell’uomo moderno e della sua brama di dominio.
Il film è noto anche per l’uso rivoluzionario degli effetti speciali digitali, con la performance capture di Andy Serkis che conferisce al gorilla un’intensità emotiva inedita. Le sequenze a Skull Island e la ricostruzione della New York d’epoca dimostrano l’ambizione tecnica dell’opera, che unisce spettacolo, avventura e melodramma. King Kong diventa così un kolossal che riflette sul mito stesso del mostro cinematografico e sullo sguardo umano che lo trasforma in fenomeno da esibire. Nel resto dell’articolo proporremo un approfondimento con spiegazione del finale e dei temi che ne emergono.
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La trama di King Kong
La vicenda si svolge nel 1933, durante la grande depressione. Qui la bellissima attrice Ann Darrow si ritrova improvvisamente senza lavoro, e per non rimanere fuori dall’industria cinematografica decide di accettare un ruolo offertole dall’eccentrico regista Carl Denham per il suo nuovo lungometraggio esotico. A convincere l’attrice è però in particolare la possibilità di collaborare con Jack Driscoll, sceneggiatore del film da lei molto ammirato. La troupe si imbarca così verso l’Isola del Teschio, una misteriosa e leggendaria terra non segnata sulle carte di navigazione.
Dopo un lungo viaggio, questi arrivano infine a destinazione, trovandosi di fronte ad un luogo apparentemente disabitato e incontaminato. Ben presto, però, scopriranno a loro spese che così non è. Sull’isola si trovano creature mostruose, ma anche un’antica popolazione indigena che vive nel timore di quello che considerano il re di quella terra: Kong. Richiamato dal baccano causato dai nuovi arrivati, il gigantesco gorilla non tarderà a mostrarsi in tutta la sua possenza e forza bruta.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di King Kong, la tragedia si consuma nel cuore di New York, dove Carl Denham presenta al pubblico “l’ottava meraviglia del mondo” come attrazione da palcoscenico. Incatenato e umiliato sotto i riflettori di Broadway, Kong perde il controllo quando si accorge che al suo fianco non c’è Ann, ma una controfigura. Spezza le catene, devasta il teatro e si riversa nelle strade innevate della città, seminando il panico. La sua furia non è cieca distruzione, bensì ricerca disperata della donna con cui aveva instaurato un legame autentico.
Dopo aver ritrovato Ann, Kong tenta un’ultima fuga arrampicandosi sull’Empire State Building, trasformando il grattacielo in un altare tragico sospeso nel cielo. L’esercito interviene con una squadriglia di biplani che aprono il fuoco senza tregua. Kong riesce ad abbatterne alcuni, ma viene colpito ripetutamente fino a cedere. Ferito mortalmente, si accascia sulla cima del palazzo e, dopo un ultimo sguardo ad Ann, precipita nel vuoto. Il suo corpo giace sull’asfalto mentre la folla si raduna, e Denham pronuncia la celebre riflessione che attribuisce la morte alla bellezza.
Questo finale porta a compimento il tema centrale del film, ovvero l’ambiguità dello sguardo umano che trasforma l’ignoto in spettacolo. Kong muore non perché mostro, ma perché esposto e mercificato. La sua caduta dall’Empire State Building assume un valore simbolico potente, rappresentando lo scontro tra natura primordiale e modernità industriale. L’ascesa verso il cielo suggerisce un desiderio di libertà e protezione, mentre la raffica dei proiettili incarna la paura e l’incapacità dell’uomo di accettare ciò che non comprende.
Il rapporto tra Ann e Kong trova qui la sua definitiva chiarificazione tematica. Il loro legame non è fondato sul dominio, ma su una forma di empatia fragile e irripetibile. La frase conclusiva di Denham evidenzia come l’ossessione per il possesso e per il successo commerciale abbia distrutto ciò che pretendeva di celebrare. La bellezza evocata non è colpa individuale di Ann, bensì metafora del desiderio umano che attira e condanna allo stesso tempo, rivelando il paradosso alla base dell’intera vicenda.
Il film lascia allo spettatore una riflessione amara sul confine tra meraviglia e sfruttamento. La spettacolarità degli effetti visivi e delle sequenze d’azione non oscura la natura profondamente tragica della storia. King Kong si conferma come parabola sull’arroganza dell’uomo moderno, convinto di poter dominare ogni forza della natura e trasformarla in intrattenimento. La caduta finale non è soltanto quella di una creatura gigantesca, ma di un’illusione collettiva che confonde progresso e conquista con giustizia e comprensione.


