The Bricklayer è basato su una storia vera?

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L’arrivo di The Bricklayer riporta al centro dell’attenzione un certo cinema d’azione americano che intreccia complotti internazionali, ex agenti costretti a tornare in campo e traffici geopolitici che sfumano nel thriller politico. Il film, diretto da Renny Harlin e interpretato da Aaron Eckhart, segue la storia di un ex membro della CIA richiamato in servizio quando un misterioso assassino inizia a uccidere giornalisti e diplomatici in tutto il mondo, minacciando di destabilizzare assetti già fragili. È un racconto che sembra attingere alla realtà per la credibilità dei suoi scenari, dalle operazioni clandestine alle tensioni tra intelligence e politica, ed è proprio questo a generare la domanda: The Bricklayer è tratto da una storia vera?

Il film non è basato su fatti reali: arriva dal romanzo di Noah Boyd

La risposta breve è no: The Bricklayer non è basato su una storia vera. Il film è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Noah Boyd, ex agente FBI che ha trasformato la propria esperienza professionale in narrativa. Sebbene il contesto sia costruito con una certa attenzione al realismo – protocolli delle agenzie di intelligence, antagonismi burocratici, rivalità tra poteri – la trama rimane pienamente di finzione. Boyd, grazie alla sua carriera nei reparti investigativi, porta naturalmente nel romanzo un’idea credibile di tensione istituzionale, ma nessun personaggio o evento deriva da fatti documentati. L’opera nasce come thriller letterario e tale resta anche nella trasposizione cinematografica.

Da dove nasce la sensazione di “realismo”? Il ruolo dell’esperienza dell’autore

Aaron Eckhart in The Bricklayer

La percezione che la storia possa derivare da vicende reali nasce proprio dal background di Boyd. La sua esperienza nel rapporto tra FBI, CIA e dipartimenti federali gli permette di descrivere un mondo interno alle agenzie che suona autentico: i conflitti di competenze, l’ossessione per la gestione della narrativa pubblica, l’ansia per il fallimento politico. Anche nei momenti più spettacolari, il film conserva una struttura che riflette dinamiche riconoscibili. Harlin traduce in immagini questo equilibrio, mantenendo la sensazione di un thriller che “potrebbe” accadere, pur non essendo mai successo. È qui che The Bricklayer riporta alla memoria il cinema d’azione anni ‘90, capace di fondere verosimiglianza e intrattenimento senza bisogno di riferirsi a eventi storici.

Il personaggio dell’ex agente costretto a tornare: archetipo, non biografia

L’idea dell’ex agente ritirato – che vive una vita normale fino a quando una minaccia più grande lo richiama – è un vero archetipo del genere. Non proviene da un caso reale specifico, ma da una tradizione narrativa consolidata: l’uomo che vuole uscire dal mondo della violenza e viene trascinato di nuovo nei suoi ingranaggi. The Bricklayer rielabora questo modello concentrandosi sulle conseguenze personali delle scelte del protagonista e su come il passato dell’intelligence non lasci mai davvero andare chi ha fatto parte dei suoi meccanismi. Non esiste un vero “Matt Brennan” nella storia americana, ma molti ex agenti hanno raccontato dinamiche psicologiche simili, ed è questo che rende il personaggio convincente.

Conclusione: un thriller di pura finzione con radici nel realismo professionale

Nina Dobrev in The Bricklayer

Pur non essendo tratto da una storia vera, The Bricklayer funziona proprio perché si muove in una zona di confine tra realtà e invenzione. Il romanzo di Boyd e il film di Harlin creano un mondo dove la CIA agisce in ombra, le minacce globali si intrecciano ai giochi di potere e la verità è un concetto negoziabile. Nulla proviene da fatti verificabili, ma tutto è costruito per sembrare plausibile. È questo a dare al film la sua identità: un thriller d’azione che non pretende di essere cronaca, ma che sfrutta l’esperienza reale dell’autore per restituire tensione, credibilità e un protagonista che affronta un passato impossibile da seppellire.

Redazione
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