Il finale di The Shining di Stanley Kubrick è una di quelle chiusure che non “spiegano”, ma inchiodano lo spettatore a un’immagine. Dopo la fuga di Wendy e Danny, dopo il labirinto, dopo la neve e il gelo, Kubrick taglia su una fotografia in bianco e nero del 1921: una festa elegante nella ballroom dell’Overlook Hotel. In primo piano, sorridente, c’è Jack Torrance (Jack Nicholson). È il colpo di coda perfetto perché non aggiunge azione, aggiunge senso. E soprattutto apre una domanda che da decenni alimenta interpretazioni, teorie e discussioni: come può Jack essere in una foto di sessant’anni prima?
Per capirlo bisogna ragionare come ragiona il film: non in termini di “trama” ma di meccanismo, di ciclo e di identità. Kubrick prende il romanzo di Stephen King, lo piega alla propria ossessione per l’ambiguità e costruisce un horror che funziona anche se togli i fantasmi: la paura non sta solo nel soprannaturale, ma nel modo in cui la violenza domestica e l’abuso si ripetono, si giustificano, si tramandano.
Perché Jack è nella foto: reincarnazione, assorbimento o “sempre stato lì”?

La spiegazione più popolare è quella dell’Overlook che “assorbe” Jack. L’hotel, come un organismo predatorio, seduce, consuma e conserva. La foto sarebbe la prova che Jack, una volta “finito”, entra a far parte della collezione di anime dell’Overlook: un trofeo appeso al muro del tempo. Questa lettura è intuitiva perché torna con l’atmosfera del film: l’albergo sembra vivo, sembra ricordare, sembra nutrirsi delle persone.
Ma Kubrick – in alcune dichiarazioni riportate nel tempo – ha suggerito un’idea ancora più perturbante: Jack non viene solo assorbito, Jack è una reincarnazione. Non è “entrato” nella storia dell’Overlook: ne è un pezzo che ritorna. E qui la scena chiave non è la fotografia, è il bagno rosso con Grady.
Quando Jack parla con Grady, il cameriere gli dice che lui “è sempre stato il custode”. Non è una battuta poetica: è un’affermazione di appartenenza. Jack, che fino a quel momento si è raccontato come vittima di sfortuna (scrittore bloccato, alcolista in recupero, uomo stressato), viene ricollocato in una genealogia più antica. Il film lascia intendere che l’Overlook selezioni certe persone perché in loro esiste già una frattura: rabbia, frustrazione, bisogno di controllo. La “chiamata” del lavoro da custode non è un caso: è una convocazione.
La questione dei due Grady rafforza l’ambiguità. Nel film si parla di un ex custode che ha ucciso moglie e figlie, ma i dettagli oscillano: Delbert Grady come fantasma, Charles Grady come passato umano. Jack dice di aver visto “Delbert” sul giornale, eppure Ullman (all’inizio) descrive la tragedia come fatto cronachistico distante, quasi neutro. Kubrick sembra dirti: non fidarti della cronologia, perché l’Overlook non vive nel tempo lineare. Vive nei ritorni.
Se Jack è davvero una reincarnazione di un precedente “impiegato” dell’hotel, la foto del 1921 diventa l’atto finale del completamento: non è una rivelazione esterna, è la chiusura di un circuito. Jack torna al posto che lo aspettava.
La fuga di Wendy e Danny: perché il film chiude “fuori” e non “dentro”

Dopo essere stato liberato dalla dispensa (uno dei momenti più disturbanti perché suggerisce una complicità dei fantasmi), Jack diventa puro istinto predatorio: ascia in mano, inseguimento, minaccia. Wendy e Danny, invece, sono costretti a diventare strategici. La celebre scena “Here’s Johnny!” non serve solo a spaventare: è la rappresentazione fisica dell’irruzione dell’abuso in un luogo che dovrebbe essere sicuro.
Il film costruisce la fuga con una logica spietata: Danny viene “espulso” dalla finestra, Wendy resta bloccata, l’aiuto arriva (Hallorann) ma viene annientato in un istante. È una scelta crudele, ma coerente con l’universo di Kubrick: non c’è provvidenza. C’è solo una possibilità di sopravvivere, ed è la lucidità. Nel labirinto, Danny non vince perché è più veloce, vince perché capisce. La falsa pista è l’unico momento in cui il film concede al bambino un vero atto di controllo sul caos.
E quando Jack muore congelato, Kubrick evita qualsiasi catarsi morale. Non c’è pentimento, non c’è “ritorno di coscienza”. Il corpo diventa scultura: l’immagine di un uomo irrigidito nel proprio fallimento. Subito dopo, la foto: ecco la vera maledizione. Jack non è morto davvero se l’Overlook lo ha riassorbito nel proprio mito.
Film e romanzo: perché Kubrick cambia il senso dell’orrore
Qui sta la frattura con Stephen King. Nel romanzo, l’Overlook è il villain principale: corrompe Jack, lo possiede, e in alcuni momenti Jack riesce perfino a combattere per salvare Danny. L’esplosione della caldaia e la distruzione dell’hotel sono un atto di “chiusura del male”. Nel film, invece, l’Overlook non viene neutralizzato: continua. E Jack, più che vittima, sembra da subito un uomo pericoloso, già predisposto alla violenza. Kubrick sposta il baricentro dall’hotel che possiede l’uomo all’uomo che usa l’hotel come alibi per diventare ciò che temeva di essere.
Anche Hallorann cambia destino: nel libro sopravvive e aiuta; nel film muore, e la sua morte dice qualcosa di preciso: la speranza di una salvezza esterna è un’illusione. Wendy e Danny si salvano da soli.
Il risultato è che le due opere parlano di cose simili (famiglia, trauma, dipendenza, male) ma con una morale opposta. King tende a credere nella possibilità di redenzione; Kubrick tende a credere nella ripetizione.
REDRUM e il sangue dell’ascensore: non sono “indizi”, sono sintomi

Molti cercano nel film un rebus da risolvere: cosa significa REDRUM, cosa significa il sangue dell’ascensore, perché la stanza 237, perché i gemelli. Ma in Kubrick questi elementi funzionano meglio se li leggi come manifestazioni di un trauma, non come puzzle.
REDRUM è la parola che Danny non riesce a dire in modo diretto: il bambino “vede” qualcosa che non può contenere. Il sangue dell’ascensore è l’immagine più famosa del film perché è astratta e totale: un’ondata di violenza che non appartiene a un solo evento, ma a una stratificazione. Può ricordare la storia dell’hotel costruito su un terreno segnato dalla colonizzazione e dalla rimozione; può rappresentare il sangue di tutte le vite inghiottite dall’Overlook; può essere, semplicemente, la visualizzazione del fatto che l’orrore lì dentro non smette mai di accumularsi.
Il punto è che l’Overlook non “mostra” i fantasmi come apparizioni da manuale horror. Li mostra come se fossero ricordi di una casa malata.
Il significato vero di The Shining: il ciclo della violenza e l’alibi del mostro
La lettura più solida, alla fine, è anche la più scomoda: The Shining parla di violenza domestica e di come questa si ripresenti sotto forme diverse, spesso mascherata da stress, lavoro, fallimento, dipendenza. Jack ha un passato di aggressività; Wendy e Danny lo temono già prima che l’hotel “agisca” apertamente. Il soprannaturale diventa la scusa perfetta: se ci sono i fantasmi, allora Jack non è responsabile. Ma Kubrick ti fa sentire che questa è una tentazione, non una verità.
La fotografia del 1921, allora, non è solo un twist. È una condanna: Jack non è un episodio isolato, è un anello. L’hotel non finisce, perché il tipo di violenza che rappresenta non finisce. Cambiano i volti, cambiano le epoche, ma la festa continua.
E qui torna la domanda iniziale, la più importante: perché Jack è nella foto? Perché l’Overlook è un luogo che riscrive le persone come parte della propria storia. Che tu la chiami reincarnazione, assorbimento o eterno ritorno, il senso non cambia: Jack non è “capitato” all’Overlook. L’Overlook lo ha riconosciuto.
