Toro Scatenato, la redenzione di Martin Scorsese attraverso il corpo di Jake LaMotta

Tra innovazioni stilistiche e legami biografici, un approfondimento di Toro scatenato in occasione del suo ritorno in sala dall'8 al 10 maggio.

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Certe storie risultano estranee almeno fino a quando non ci si trova a vivere emozioni o situazioni simili a quelle provate dai protagonisti di esse. È quello che è accaduto al regista Martin Scorsese nell’autunno del 1978, quando viene ricoverato in fin di vita in ospedale. Si tratta del periodo più buio dell’esistenza e della carriera del regista newyorkese, che solo due anni prima aveva vinto la prestigiosa Palma d’Oro al Festival di Cannes con Taxi Driver. Con il film seguente, New York, New York, Scorsese si imbatte però in un progetto che si rivela essere estremamente dispendioso da un punto di vista fisico ed economico e il risultato è uno dei maggiori flop di critica e pubblico della sua carriera, che gli provoca uno stress tale che, unito alla dipendenza da cocaina da poco sviluppata, lo mette ko.

Scorsese si ritrova dunque in ospedale, in condizioni stabili ma precarie. È in quel momento che l’amico nonché suo frequente collaboratore Robert De Niro lo va a trovare, proponendogli di rimettersi in sesto lavorando insieme su un nuovo progetto: l’adattamento dell’autobiografia del pugile Jake LaMotta dal titolo Raging Bull: My Story. Già in passato De Niro aveva proposto a Scorsese di realizzare un film sulla storia di quel pugile del Bronx dal carattere brusco e paranoico, che sul finire degli anni Quaranta raggiunge i vertici del pugilato per poi subire un rapido declino, accompagnato dai notevoli problemi famigliari. Ma il regista non ne vuole sapere, dichiarandosi non interessato al mondo della boxe che anzi gli è del tutto estraneo e quasi lo annoia. Quando però l’offerta gli viene rinnovata mentre si trova sul letto d’ospedale, le cose sono cambiate.

Solo dopo aver vissuto sulla propria pelle la popolarità datagli dai primi film e la rovinosa caduta provocata dagli eccessi a cui si era lasciato andare, Scorsese capisce davvero chi è Jake LaMotta. Capisce anche che il suo non sarà l’ennesimo film sul pugilato, moltiplicatisi dopo il grande successo di Rocky nel 1976, bensì il racconto di un essere umano che conoscendo la gloria e il fallimento impara ad accettarsi. Ancor di più, per Scorsese quello sarà un film su di sé e sulla sua consapevolezza di dover venire a patti con la propria natura, con le proprie origini e con ciò che davvero vuole essere. In più occasioni egli ha infatti ricordato di aver vissuto una forte scissione tra il cercare di essere un regista statunitense e il voler inseguire un’autorialità più europea.

Toro-scatenato-Robert-De-Niro

La passione di Martin Scorsese

Rimessosi in forze, il regista accetta dunque l’offerta di De Niro e insieme iniziano a lavorare al film che prenderà il titolo Toro scatenato. La sceneggiatura viene a quel punto scritta prima da Mardik Martin, il quale conferisce al racconto una struttura più convenzionale, e poi da Paul Schrader, già sceneggiatore di Taxi Driver, che sposta il focus della storia dalla boxe ai problemi relazionali di LaMotta, aggiungendo in più una struttura circolare alla sua vicenda. Ma Scorsese e De Niro avvertono che manca ancora qualcosa e decidono dunque di ritirarsi per circa due settimane sull’isola di Saint Martin, riscrivendo insieme alcune scene e molti dei dialoghi.

Toro scatenato diventa così un film non sulla boxe ma sugli scontri che ogni essere umano deve sopportare nel corso della propria vita. Il LaMotta di Scorsese è costantemente su un ring, che sia il quadrato dove effettivamente si scontra con i suoi avversari o che siano le mura domestiche in cui cerca, fallendo, di farsi rispettare dalla moglie e dal fratello, interpretato da Joe Pesci. La sua esistenza è un continuo combattimento e per questo Scorsese lo racconta senza mai giudicarlo, neanche nelle sue azioni più riprovevoli. Il regista riesce ora a comprendere il dolore provato da LaMotta, che identifica ormai come un proprio alter ego, incapace di avere il controllo della propria vita e delle sue relazioni con gli altri fintantoché non imparerà ad accettare sé stesso.

Ed è in tale costruzione di LaMotta come personaggio cinematografico che si può ritrovare la mano di Schrader, le cui sceneggiature e i cui film sono sempre caratterizzati da personaggi reietti, solitari, figure cristologiche che devono arrivare a toccare il fondo prima di poter rialzare lo sguardo verso l’alto e fare tesoro della propria esistenza. Una tipologia di personaggi che, pur se non toccati da Schrader, si ritrovano di frequente anche nel cinema di Scorsese, la cui intera filmografia ruota sui concetti di peccato e redenzione. Per Toro scatenato, però, Scorsese decide di non fermarsi qui, convinto che ogni incontro debba rispecchiare lo stato d’animo del protagonista in un dato momento della sua esistenza. Debba dunque essere unico e diverso dagli altri, proprio come sempre uniche e diverse sono le sfide della vita.

Toro-scatenato-Martin-Scorsese

La boxe come allegoria della vita

Egli concepisce allora per Toro scatenato un nuovo modo non necessariamente realistico di riprendere gli incontri di boxe, discostandosi dalla maniera in cui si era soliti vederli in televisione, con una singola angolazione di ripresa, o al cinema, dove la macchina da presa era per lo più esterna al ring e si alternava tra ciò che accadeva in esso e ciò che accadeva tra gli spalti. Scorsese ha invece bisogno di stare il più vicino possibile al suo pugile, di avvertire e far avvertire anche allo spettatore ogni colpo che LaMotta subisce o restituisce. Decide pertanto di scavalcare le corde ed entrare a sua volta nel ring, seguendo gli sfidanti con inquadrature molto strette su di loro, che nel non restituire una panoramica completa dell’azione trasmettono tutto il senso di smarrimento e angoscia provati dal protagonista.

Tutto dunque si deforma, il ring risulta grande il doppio del normale, il pubblico scompare, c’è spazio solo per LaMotta e per il suo lottare “come se non meritasse di vivere”, come ricorderà Scorsese. Ecco dunque il film che egli realizza, dove a conquistare la sua attenzione non è l’incontro in sé quanto i suoi dettagli più crudi, dagli schizzi di sangue che si riversano sulle corde e sul pubblico fino al piegarsi del corpo del protagonista sotto i colpi dell’avversario di turno. Dettagli dai quali emerge la natura di LaMotta, che scontrandosi con gli altri si scontra con sé stesso nel tentativo di trovare una pace interiore. A sua volta, Scorsese ha combattuto il suo match più difficile e ne è uscito vincitore.

Più che Taxi Driver, è questo il film in cui Scorsese mette tutto sé stesso, rivivendo il proprio dolore attraverso il corpo di LaMotta e facendone uno strumento attraverso cui rileggere la propria storia personale e per poter meglio portare avanti la propria ricerca sulla redenzione umana. Ce ne saranno altri di momenti bui nel corso della sua carriera, ma da questo film in poi egli ha definitivamente compreso che tipo di uomo e di regista desiderava essere, uno capace di coniugare sensibilità e stilemmi statunitensi ed europei per far emergere nuovi linguaggi, con cui comunicare libero da ogni confine. A partire da Toro scatenato, ancora oggi Scorsese sale sul ring per difendere questo suo ruolo con ogni risorsa possibile.

Gianmaria Cataldo
Gianmaria Cataldo
Laureato in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è un giornalista pubblicista iscritto all'albo dal 2018. Da quello stesso anno è critico cinematografico per Cinefilos.it, frequentando i principali festival cinematografici nazionali e internazionali. Parallelamente al lavoro per il giornale, scrive saggi critici e approfondimenti sul cinema.

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