assoloQuesto pomeriggio presso l’ANICA a Roma è stato presentato il debutto cinematografico di Massimo Piccolo per il film Assolo, in sala oltre al regista e sceneggiatore era presente anche l’attore protagonista Antonio de Matteo.

 
 

Massimo Piccolo, come è stata la produzione di questo film?

M.P.: È un film molto piccolo, fatto con un budget ridotto ma questa non è una giustificazione ma una scelta. È un Film del quale sono molto contento, non soltanto per il risultato questo poi sarà ad altri dirlo, ma sono contento perché finalmente è stato possibile far uscire una storia da un autore napoletano e prodotto a Napoli, che non parlasse di degrado, camorra o folklore. Per chi non abita a Napoli questo può essere qualcosa di difficile da comprendere però quando si vive in una città in cui tutto il sistema culturale è in qualche modo legato a determinati stereotipi, non sto dicendo che non esistono alcune cose, però quando ti viene detto che se vuoi raccontare una storia sono interessati ma questa deve essere in un determinato modo perché è quello che si vuole sentire, allora diventa davvero un’impresa raccontare una storia che vuole essere una storia.

Come è nata l’idea?

M.P.: Assolo è un piccolo film, una piccola storia che racconta anche qualcosa di abbastanza banale, ma non che sia di poca importanza ma perché tutte le cose viste da fuori diventano un po’ banali. Non c’è niente di più divertente, patetico, ridicolo di una persona innamorata quando viene vista dall’esterno. Io ho cercato di raccontare questo, ma la cosa che mi affascinava era il personaggio interpretato da Antonio de Matteo. A me interessava e affascinava raccontare questa storia di un musicista, che potrebbe essere un pittore, uno scrittore o comunque un artista, che passa la sua vita, dalla sua infanzia fino ad arrivare all’età adulta, focalizzata su un unico obiettivo, quello di arrivare alla perfezione, quindi non solo talento ma anche tanta tecnica che significa passare otto o dieci ore al giorno facendo solo quello e cercando la perfezione. Quindi quello che volevo capire era cosa significasse per una persona così ossessionata vivere in un mondo imperfetto con delle persone e delle relazioni imperfette. Danny trova un escamotage lui ha un ancóra che diventa un’azione a ripetere, lui è come se compie le stesse cose, come il musicista ripete all’infinito le scale per impararle senza sbagliare, Danny in ogni relazione ripete le cose nelle quali si sente sicuro. Però mentre il pianoforte ha 88 tasti e da lì non c’è possibilità di muoversi, le persone hanno molte più variabili e diventa molto più difficile. Questa equazione a ripetere diventa un ossessione e questa a sua volta diventa una mancanza di tempo. Lui è costretto a rincorrere tutta la vita il tempo per imparare delle cose, il tempo che resta per vivere e cercare questa perfezione diminuisce e questo inevitabilmente inizia a confondersi, non sapendo più la dimensione.

Come è stata pensata tutta la struttura del tempo?

M.P.: Il tempo in questo film non esiste, perché quando noi siamo ossessionati da una cosa e lo vedo nelle persone come me che ne fanno quasi una patologia, il pensiero ossessivo fa vivere di continuo situazioni e sentimenti che magari sono successi tre giorni prima o tre anni prima ma che non ha importanza poiché questi vengono rivissuti anche in quel momento.

Antonio de Matteo come hai preparato il personaggio di Danny?

A.M: Essendo un attore e non un musicista, ho dato forza, pensiero e voce alla mia ossessione quella dell’arte della recitazione, che io porto con me tutto il giorno, ogni giorno soprattutto in Assolo. Questo all’inizio era un testo teatrale, che noi abbiamo portato in giro per anni, io conosco Massimo dal 2002, da quando sono uscito dal Centro Sperimentale di Cinematografia. Ho incontrato lui ed è iniziata questa avventura che approda al cinema e tutti i giorni prima delle riprese e prima dello spettacolo, ho da anni ripetuto questo aspetto ossessivo fino a farlo mio del tutto, perché era il veicolo e il tramite per arrivare a realizzare il mio sogno, quello di far diventare pagine scritte reali, le più reali possibili, anche se apparentemente sono lontane da una realtà parlata e vissuta.