Si è tenuta oggi, 18 luglio, presso l’Auditorium dell’Ara Pacis di Roma la conferenza stampa che annuncia la fine delle riprese del nuovo film di Giuseppe Tornatore La migliore offerta, con cui il regista siciliano torna dietro la macchina da presa, tre anni dopo Baarìa. Le riprese sono terminate la scorsa settimana e il montaggio è già iniziato. L’uscita della pellicola è prevista in Italia per il 04 gennaio 2013. Dovrebbe trattarsi dell’anteprima mondiale, ma la decisione non è ancora definitiva.

Gli interventi del regista e dei produttori Arturo Paglia (Paco Cinematografica) e Barbara Salabè (Warner Bros Italia) sono stati preceduti dalle prime immagini visibili del film: tre minuti di backstage, che ci dicono qualcosa più sull’ambientazione, che sui contenuti.

Se poco si sa della trama, anche dopo l’incontro con la stampa piuttosto parco al riguardo, come c’era da attendersi, quel che è certo è che stavolta siamo lontani dalla Sicilia e dai riferimenti autobiografici: si tratta di una produzione di respiro internazionale, contraddistinta da un’aria mitteleuropea. L’ambientazione è offerta dal lussuoso mondo delle aste e le location spaziano da Vienna a Praga, da Trieste a Bolzano. In questa cornice si muove un cast di attori internazionale: Geoffrey Rush è protagonista nei panni di un distinto battitore d’asta, Donald Sutherland interpreta il suo migliore amico, Jim Sturgess è un restauratore riparatore di apparecchi antichi cui il protagonista di tanto in tanto si rivolge, mentre Sylvia Hoeks è una giovane cliente della casa d’aste, che presumibilmente sarà coinvolta in una storia d’amore col protagonista. Sarà lei dunque a scompaginare gli equilibri, a introdurre l’elemento cardine della storia: per ammissione dello stesso regista, essenzialmente una storia d’amore.

Quasi tutte le domande sono tese a carpire maggiori particolari sulla pellicola, ma si parla, in un clima estremamente disteso e cordiale, anche di attualità: della “dismissione” di Cinecittà e della regione siciliana a rischio di fallimento.

Dalle immagini s’intuisce che siamo nel mondo delle aste, dell’arte, può dirci di più?

Tornatore chiarisce subito che non svelerà molto, parlerà del film, sì, ma “senza intaccare la buona regola di dire il meno possibile prima che il film esca.” E riguardo all’ambientazione: “Non è un film sul mondo delle aste, ma una storia che ha quel mondo nel suo background. Il protagonista, interpretato da Geoffrey Rush, è un battitore d’aste”. Tuttavia, quel mondo resta sullo sfondo perché in sostanza, chiarisce il regista, si tratta di una storia d’amore. Spiega poi che anche il titolo è stato scelto perché si adatta a entrambi gli aspetti: “Il titolo del film, (…) La migliore offerta, (…) sono delle parole che mi hanno sempre attratto perché hanno un significato particolare: nel mondo delle aste la migliore offerta è la più alta, nel mondo delle gare d’appalto la migliore offerta è la più bassa. (…) Nel film questo titolo ha una valenza allegorica, che ha a che fare con ciò che il film racconta veramente: è solo una storia d’amore e in amore non sai mai qual è l’offerta migliore per riuscire a conquistare una persona.” perciò, prosegue, “mi sembrava che fosse una scelta giusta, in linea col film”. E aggiunge un altro particolare, una cifra che contraddistingue il modo in cui questa storia è raccontata: “Con una tessitura narrativa un po’ misteriosa, un po’ da giallo classico, se vogliamo, un po’ thriller, anche se nel film non ci sono morti, assassini, assassinati, investigatori, nulla di tutto questo.

Ama ambientare i film in  un universo compatto, rarefatto, chiuso, come qui è il mondo delle aste, e come in altri suoi film?

G. T.: “Mi chiede se c’è qui qualcosa di analogo a ciò che ho fatto finora. (…) Me lo chiedo anch’io. (…) Personalmente, questo lavoro lo vivo come un film che rompe un po’ le costanti di quanto ho fatto finora, (…) mi sembra completamente diverso.” Anche se, ammette, chiamando in causa critica e pubblico, “l’ultima parola non spetta a me”. E ci spiega che la diversità di questo lavoro rispetto ai precedenti sta innanzitutto nell’assenza di connotazioni autobiografiche della storia e nella sua genesi, che consiste nella fusione di due idee nate in momenti diversi: “una vecchissima idea di tantissimi anni fa (…): un vecchio spunto che mi attraeva molto, al quale ho lavorato per molto tempo, ma che non mi convinceva mai” e “un’altra idea, sviluppata negli ultimi quattro o cinque anni, che mi piaceva, ma che “zoppicava” a sua volta (…). Questi due elementi narrativi si sono attratti tra loro e ne è nata una struttura assolutamente convincente. Quindi è una storia che nasce da geometrie, da sudi di carpenteria cinematografica”.

Ci può dire qualcosa di più sul protagonista?

G.T.: “E’ un uomo che all’inizio del film ha una sua personalità e alla fine ne ha una completamente diversa. Con Geoffrey Rush (…) eravamo entrambi colpiti da questo aspetto. Sono due personaggi completamente diversi. Hanno solo lo stesso viso, ma sono completamente diversi. Quindi, posso dire che è la storia di una trasformazione”. E a chi chiede se la trasformazione, positiva o negativa, o nessuna delle due cose, chissà, sia dovuta all’amore, risponde vago: “Può essere”.

Qual è la nazionalità del protagonista?

G. T.: “Nel film non si dice, ma noi abbiamo dovuto fissare dei paletti precisi per i personaggi. Lui è un inglese che vive nella Mitteleuropa, perché lavora lì da sempre”.

L’ambientazione del film si può definire mitteleuropea?

G. T.: “Sì, l’ambientazione è mitteleuropea. Originariamente il film doveva essere girato tutto a Vienna. Poi, (…), proprio perché non volevo ci fosse un’identificazione unica con una città, ho ridotto la parte ambientata a Vienna e ritagliato ulteriori ambientazioni armoniche con quella, in contesti anche produttivamente più facili: Trieste, Alto Adige”. Le riprese sono state effettuate anche a Bolzano, a Milano per alcuni interni, a Parma, a Roma e a Merano. “L’unico luogo nel film che ha un’identificazione dichiarata è Praga, dove si svolge solo il finale del film. Il resto è vago, un po’ come la Trieste de La sconosciuta, non era mai denominata. Anche qui questa città mitteleuropea (…) non viene mai identificata.

Com’è nato il cast?

G. T.: “Il cast anglofono è nato come esecuzione di ciò che il progetto imponeva. La storia non poteva accettare un’ambientazione italiana. Non avrebbe funzionato, non è una storia italiana. Si è immediatamente pensato a un film da girare in lingua inglese. Fra i pochi attori che trovavo adatti a interpretare il protagonista, il primo a cui ho mandato il copione è stato Rush (…). Dopo tre giorni ha risposto di averlo letto e che avrebbe fatto il film.” E parla dell’attore come di un uomo “molto simpatico, semplice nei rapporti, molto dentro alla sua professione. Potrebbe essere tra quegli attori che hanno un metodo talmente forte da diventare poi difficili nei rapporti umani”, mentre invece, lui riesce a conciliare le due cose, il che, dice il regista, “è una caratteristica molto originale in un attore. Il suo metodo nel seguire il personaggio è fortissimo, maniacale, ossessivo, ma nello stesso tempo ha una leggerezza nel rapporto con tutti nel lavoro, che lo rende un attore singolare, molto versatile dal mio punto di vista”. E aggiunge “Farei volentieri un altro film con lui, perché ho lavorato veramente bene, è stata un’esperienza bellissima”.

In che senso questa storia non è per niente italiana? C’entrano le volontà legate all’export della pellicola per cui si è pensato a un respiro internazionale, o viceversa?

G. T.: “Quando sento che una delle storie a cui sto lavorando si è maturata e può diventare un film, la prima cosa che faccio è cercare di capire qual è la soluzione migliore per quella storia, l’ho sempre fatto anche in situazioni estreme. Baarìa, ad esempio, lo potevo fare solo in dialetto, e così l’ho fatto, anche se ha comportato sacrifici (…). È una scelta di fedeltà all’essenza della storia (…). Anche qui ho cercato di essere fedele alla storia. Ho provato a immaginarla ambientata qui, ma non funzionava. (…) Alcune delle cose importanti che avvengono nella storia sarebbero state inevitabilmente troppo caratterizzate da alcuni schemi inevitabili (…) e sarebbe stato un errore (…). Allo stesso modo, non andava bene un’ambientazione americana. Il ragionamento non è stato legato a un problema di export. La soluzione più saggia  è stata quella che abbiamo seguito (…). Non sempre ci sono scelte di strategia così “bottegaie”: un film è una cosa troppo importante (…) A parte il fatto che la formula per fare un film e venderlo più facilmente all’estero non l’ha mai inventata nessuno”. E poi, quella di “inseguire formule sfuggenti e inafferrabili non è la strada migliore”.

Qualcosa di più sui personaggi e sulla scelta degli attori

G. T.: “Sutherland è il miglior amico di Rush, Sylvia Hoeks è una cliente della sua casa d’aste, Jim Sturgess è un giovane con una straordinaria capacità di restaurare qualunque tipo di congegni meccanici, elettrici, di qualunque epoca. E Rush si imbatte proprio in congegni di gran valore che hanno molti anni e (…) non funzionano più”. Questo il “quadrilatero” di base della storia. Per quel che riguarda le scelte: “Il personaggio femminile è stato il più difficile da scegliere. Ho fatto molti provini (…), non veniva fuori (…). Poi è venuto questo nome, queste foto, (…) la Hoeks ha fatto un provino su parte straordinario e quindi ho scelto lei. Anche Sturgess non è stato facile. Un attore straordinario e una persona deliziosa. Sutherland faceva parte della rosa di nomi che avevo in testa per il personaggio dell’amico più anziano di Rush e quando (…) ho concluso l’accordo con Rush ho scoperto che avevano lo stesso agente. Quindi è stato facilissimo, è bastata una telefonata, ci siamo incontrati e abbiamo subito concluso l’accordo”.

Come cambia il suo cinema con la lingua inglese?

G. T.: “Gli attori si sono adeguati tutti a un inglese europeo, senza inflessioni di slang americano. Si sono adeguati a una cifra linguistica che desse unità, senza squilibri. Anche per questa ragione, con mio grande dispiacere, non ci sono attori italiani, neanche in piccoli ruoli, perché non avrebbe funzionato, purtroppo.

Cosa sapeva del mondo delle aste?

G. T.:  “Non sono mai stato particolarmente attratto dalle aste. Però circa 15, 16 anni fa, nel mio ufficio arriva un catalogo di una casa d’aste. Da allora tutti i mesi ne è sempre arrivato uno. Non li ho mai neanche sfogliati. Poi, la determinazione con cui continuavano a mandarmi i cataloghi mi ha incuriosito e ho cominciato a sfogliarli. (…) Sono stato molto attratto dalla descrizione delle opere messe in vendita. Poteva essere anche una comunissima sedia, ma la descrizione te la faceva sembrare la sedia più bella del mondo. Ho amato molto quella fraseologia (…) così attraente, sensuale se vogliamo, convincente. Un po’ questo ha avuto un ruolo nel decidere che quello doveva essere il background della storia. Quindi bisogna stare molto attenti a quello che trovi nella cassetta della posta, perché puoi trovare anche delle buone idee” (ride).

A Barbara Salabè, un film in lingua inglese diretto da un grande maestro come Tornatore, come circolerà a livello internazionale?

Barbara Salabè: “Essendo l’ambientazione mitteleuropea, la Warner distribuirà il film in Italia e in Germania, portandolo proprio nei due luoghi forse più vicini a questa ambientazione. Per noi è un grandissimo onore e orgoglio poter lavorare con un premio Oscar come Giuseppe Tornatore” E parla di questo progetto come del “momento più alto degli ultimi dieci anni di attenzione della Warner Bros al cinema italiano”. E parla, sì, di “grande progetto internazionale su cui investiamo come Warner Bros Italia e che porteremo anche in Germania”, ma ci tiene a ribadire che “rimane un investimento nel cinema italiano” A riprova di ciò, afferma: “La prima data d’uscita mondiale è il 4 gennaio 2013, in Italia”.

Arturo Paglia della Paco Cinematografica, ci fa capire però che la decisione sulla prima mondiale non è ancora definitiva: “Il 4 gennaio uscirà in Italia, speriamo un po’ prima negli Usa, se riusciamo coi tempi, ma questo lo vedremo con Warner”. E su quest’avventura produttiva: “Abbiamo cercato di fare il film in coproduzione. (…) Il problema delle coproduzioni (…) è che non garantivano mai i soldi, aspettavano altri fondi. Solo noi garantivamo soldi. Così abbiamo cambiato strategia. Siamo andati avanti da soli, avendo un grosso appoggio della Warner su Italia, Germania e Austria. Avevamo le agevolazioni fiscali italiane che sfruttavamo al massimo, avevamo il fondo di Alto Adige e Trieste e abbiamo investito senza fare coproduzione. Il film è targato 100% Italia. Siamo andati a fare prevendite: abbiamo prevenuto Australia, Benelux, ormai siamo vicini a chiudere Usa, Francia, Inghilterra, e siamo contenti che avremo tanti distributori nel mondo, ma la proprietà del film interamente nostra, tranne che per i paesi di cui si occupa la Warner.” E a chi gli chiede se passare dalla piccola alla grande produzione sia stato per lui uno shock, risponde: “No, assolutamente, anche se abbiamo passato delle notti insonni, (…) perché era complicato incastrare tutto (…) e far partire in quei tempi il film” E spezza una lancia in favore della puntualità di Tornatore: “Tutti quelli che incontravo mi dicevano: Giuseppe sforerà. Invece Giuseppe non ha sforato un giorno, è stato di una precisione pazzesca. Noi credevamo in lui. È stato perfetto”. E con orgoglio ribadisce: “Dicevo: in 13 settimane ce la faremo, e ce l’abbiamo fatta in 13 settimane. Questo mi riempie di orgoglio, soprattutto perché avevamo ragione su Giuseppe”. “Lo shock”, dice, “è stato soprattutto sapere che gli altri non ti seguono, (…) non si fidano del film se prima non prendono fondi. Credo che abbiamo fatto una scelta giusta a investire, e il film ci ricompenserà (…), lo adoriamo nella maniera più assoluta. (…) Ne siamo felicissimi”.

Mai come ora nord e sud Italia sono totalmente scisse per vari motivi. Da lei che ha un cuore siciliano, ma stavolta ha fatto un film globale, una riflessione su questa Sicilia in disarmo (come Monti ci manda a dire).

G. T.: “Non è la prima volta che mi capita di fare film che per un periodo della mia vita mi allontanavano dal mio tema ricorrente, che è stata a lungo la Sicilia”. Per quanto riguarda l’attualità: “In questo momento i problemi che viviamo in Italia sono talmente gravi da rendere più evidenti tutti i problemi storici del nostro paese.” E si augura che quando si parla di “Sicilia a rischio default”, questo non significhi che la regione farà “per l’ennesima volta”, da “laboratorio” rispetto al resto del paese: “La Sicilia è sempre stata così: si è sperimentato lì tutto ciò che si pensava si sarebbe applicato al resto del paese. (…) Non vorrei (…) che per spiegare alla gente cos’è il default, visto che da circa un anno se lo chiede, si sia scelto un area dell’Italia per applicarlo lì (…) e far vedere a tutti cos’è. E ribadisce: “È un momento della vita del nostro paese che ci lascia tutti quotidianamente preoccupati”. Sulla differenza nord-sud, commenta: “Stando diverse settimane in Alto Adige o in Friuli, da siciliano, mi sono imbattuto costantemente in rapporti umani meravigliosi”. A riprova del fatto che non bisogna banalizzare o semplificare troppo, perché: “il nostro paese è complesso. Talvolta l’immagine che se ne dà, pur vera perché riconosciamo i problemi, non risponde del tutto al reale polso del paese”.

Visto che parliamo di grande cinema, cosa pensa della situazione di Cinecittà, della dismissione e della battaglia dei lavoratori per la salvaguardia del loro posto di lavoro, ma anche di un patrimonio culturale italiano?

Il regista racconta di come sia stato commosso dall’impegno e dalla costanza con cui Citto Maselli si sia mosso per promuovere una petizione a salvaguardia degli Studios, cui ha aderito lo stesso Tornatore. Poi dice la sua su Cinecittà: “Non si può accettare che un luogo come Cinecittà sparisca in buona sostanza, che diventi tutt’altra cosa. Così come non si può accettare che resti a lungo come l’abbiamo vista negli ultimi tempi: un luogo dive si  ha la sensazione che non stia succedendo nulla. Un luogo che mette una tristezza ineffabile, specie se hai conosciuto la Cinecittà (…) in cui a ogni passo incontravi gente importante, attori, vedevi film. È stato un luogo di grande emozione. (…) Cinecittà non è solo un  simbolo (…) e credo che l’Italia non si possa permettere di perderla”. Una speranza di rilancio, dice, può nascere proprio da questa grande crisi. E con metafora calcistica spiega: “Tutte le volte che una squadra importante versa in situazioni criticissime, quella è la situazione ideale per stabilirne il rilancio. Spero che accada qualcosa di simile”. E si augura che arrivi “qualcuno con tanti soldi e decida di investire in una squadra così importante come è stata ed è ancora quella del cinema italiano, che nonostante le crisi degli ultimi anni, (…) continua ad esistere e a produrre film con mille sacrifici. (…) Un cinema che sulla base della sua industria, non dovrebbe quasi più esistere. Invece esiste ancora. (…) Sogno che Cinecittà venga rilanciata e anche il nostro cinema, con interventi e formule nuove, che ora non riusciamo neanche a immaginare.

Ha pensato alla scena dell’asta di Intrigo internazionale di Hitchcock?

G. T.: “No, non ci ho mai pensato. Nel fare il film ho avuto la sensazione che nel cinema questo mondo non fosse stato molto raccontato e anche qui in fondo non c’è molto. (…) Sono stato anche a New York a vedere varie aste importanti, per vedere i vari stili dei battitori d’asta. È stato molto istruttivo. (…) Hanno una tecnica curiosa: (…) costruiscono una sceneggiatura (…), ci deve essere un ritmo che deve avvincere. Il battitore è anche un narratore”.

Dopo Baarìa, il film più personale e autobiografico, arriva questo, che di autobiografico non ha nulla. È emotivamente una sorta di vacanza? E’ più facile affrontare una storia così dopo aver speso tanto in termini emotivi in quella precedente?

GT: “Per certi versi è più facile, (…) ma in realtà non è così. Ti dà l’illusione di avere una responsabilità minore, ma non è così. Anzi, ti senti ancora più responsabile. Nella materia che ti è propria senti di poterti muovere con grande disinvoltura: puoi fare quello che vuoi, puoi trovare qualunque soluzione a qualunque problema che può nascere sul set. Mentre, quando ti muovi in un mondo che hai dovuto studiare, che non è tuo, ti impone un atteggiamento di maggiore attenzione, quindi tutta questa facilità che il film sembra offrirti in realtà non c’è. Forse c’è un senso di maggiore leggerezza, regalatomi anche un po’ dalla meravigliosa attitudine di Rush alla leggerezza. Lui sa affrontare il proprio lavoro con un impegno mostruoso, ma scherzando continuamente. Arriva sul set per fare una scena drammatica, e scherza con tutti, (…) ma mentre scherza con gli altri è lo stesso dentro al personaggio. (…) Questa sua attitudine mi ha aiutato a disciplinare insieme il senso di responsabilità (…) e il senso di leggerezza che si ha muovendosi in territori al di fuori della propria storia personale.

È esclusa una partecipazione del film al Festival di Roma, per una questione di tempistica, come spiega lo stesso Tornatore: “Ho cominciato a montare l’altro ieri, e partecipare al Festival di Roma, a novembre, mi sembra molto difficile, per non dire impossibile, considerato che devo fare due edizioni, in inglese come lo abbiamo girato, e in italiano”. Le musiche sono già state scritte dal Maestro Ennio Morricone, ma nulla ne è stato anticipato.