Nella piccola saletta del cinema Palestrina di Milano, comunque celebre per le sue proiezioni d’autore, è appena terminata la proiezione dell’interessante quanto originale I colori della passione – The Mill and the Cross film dedicato ed incentrato sul capolavoro del maestro fiammingo del XVI sec. Pieter Bruegel, La salita al Calvario.

 
 

Il regista polacco Lech Majewsky, presente in sala, si è concesso ai giornalisti per rispondere a qualche domanda. Dopo essersi elegantemente dispiaciuto per la scarsa qualità visiva dovuta ad un proiettore non proprio all’altezza, Majewsky ha subito spiegato come è nato il progetto di questo film e soprattutto ha cercato di illustrare le varie difficoltà tecniche legate ad un lavoro così rivoluzionario.

Ma ad impressionare e colpire maggiormente è la conoscenza che Majewsky possiede dell’arte e soprattutto del pittore fiammingo Bruegel che è protagonista del film: “Sono sempre stato molto interessato a Bruegel – confida Majewsky, – e quello che mi piace dei suoi quadri è che i personaggi non si curano di te, essi pensano ai fatti loro e non allo spettatore e questo ti induce a volerli conoscere meglio”. Quindi prosegue: “Bruegel è un filosofo ed uno psicologo, egli ci dice che noi guardiamo solo quello che conosciamo, i suoi personaggi osservano e pensano solo a ciò che hanno vicino e che coglie il loro interesse e non si curano del Cristo che, mescolato fra loro, trascina la Croce verso il Calvario”. Quello che vuole dirci Majewsky è che la composizione dell’opera è una sorta di trasposizione, di metafora della società moderna dove tendenzialmente ognuno si cura solo di se stesso non dando la giusta attenzione a ciò che è realmente importante.

Come detto sono state molte le difficoltà tecniche per realizzare questo film, Majewsky spiega: “Abbiamo speso più di un anno in post-produzione, è stato molto complicato. Abbiamo scoperto che Bruegel ha utilizzato sette diverse prospettive per realizzare questo quadro, i suoi 500 personaggi è come se fossero in teatro”. “Abbiamo intarsiato i vari livelli di riprese con sfondi diversi e che in alcuni casi ho completato io per permettere e facilitare l’animazione” e aggiunge, “in alcuni momenti c’erano 24 computer che tentavano contemporaneamente  di combinare e sovrapporre le varie fasi e i vari componenti”.

Procurarsi i fondi necessari alla realizzazione del film è stato meno complicato del previsto, Majewsky ha potuto coordinare il contributo dell’Istituto di Cinema e della Televisione polacca, dell’Istituto di Cinema svedese oltre che sulla generosità degli interpreti, soprattutto i più facoltosi come Hauer, Charlotte Rampling e Micheal York i quali hanno chiesto ingaggi minimi tanta era la voglia di fare questo film.

Lech Majewsky non limiterà a questa esperienza la sua avventura nel mondo delle tecnologie al servizio del cinema in quanto ha già in cantiere un nuovo lavoro simile che, parole sue, riguarda in qualche modo il nostro Dante Alighieri. Non ci resta che attendere.