A seguito della proiezione de La Bicicletta Verde, la regista Haifaa Al Mansour hapresieduto una piacevole conferenza stampa con i giornalisti in sala. Con spontaneità e disinvoltura la regista si è esposta, narrando brevemente i percorsi educativi e formativi e tracciando un parallelismo con le dinamiche messe in scena nel film. La storia che ci racconta è quella della sua vita, dei suoi sogni e di quelli di molte ragazze, che seppur ambiziose e determinate, spesso non trovano il terreno adatto per incanalare le proprie forze. Haifaa descrive i sogni di un popolo e soprattutto mette in paragone la modernità con le restrizioni di un sistema ormai non più capace di arginare i cambiamenti messi in atto da una società sempre più in movimento. Emblematica è la scena in cui il padre di Wadjda si abbandona sul tappeto a giocare ai videogiochi, dimostrando quanto la forza occidentale e della modernità si stia pian piano insinuando tra le mura serrate di una popolazione ancora bendata. La modernità da contrapporre alla libertà di movimento e di espressione, Wadjda e la mamma che si rilassano intonando canzoni ma vengono improvvismente bloccate dalla presenza di uomini, i quali potrebbero cogliere la loro “nudità”.

Il film dipinge in maniera sapiente ed elaborata la situazione femminile, ma non solo, racconta anche quali sono le regole morali e non scritte da rispettare per poter rientrare tra la cerchia di persone degne di rispetto. Da qui, la donna subisce una serie di limitazioni alla propria libertà: non può mostrarsi in pubblico, non può guidare, non può cantare o alzare la voce, non può semplicemente essere se stessa. La regista pone affianco alla bambina, nel ruolo della madre, Reem Abdullah, una personalità che lungo tutta la sua vita ha cercato di soddisfare e compiacere gli altri e la società, ma il suo atteggiamento di ossequio e di rispetto non le ha portato le soddisfazioni tanto desiderate, questo determina la scelta che sarà poi emblematica alla fine del film.

Quest’opera, esprime Haifaa, non si pone come critica accesa verso un sistema, ma vuole narrare la condizione diversa che le donne saudite ancora vivono. Nelle riprese, la stessa regista si è assentata dal set, dirigendo le scene indirettamente, all’interno di un furgone, per evitare che la gente potesse indispettirsi e rimanere sconvolta da un atteggiamento così diverso da come la tradizione lo vorrebbe. Lavorare in un set prevalentemente composto da uomini, per strada, spesso è stato un problema, ha dichiarato la regista.

Ma questi piccoli aspetti perdono significato di fronte alla soddisfazione di aver girato per la prima volta un lungometraggio interamente ambientato nel suo Paese, con attori del luogo. La selezione del cast è stata difficoltosa ed ha richiesto molto tempo a causa di una visione ancora distorta dell’idea di mostrarsi in pubblico.

Il film concentra buona parte del significato nei toni adoperati dalle persone, aspetto fondamentale nella cultura araba. La stessa traduzione in italiano ha rischiesto molto studio ed un’attenta analisi di ogni frase. La prosodia è l’aspetto  che preserva la donna nella cultura dell’est, alla quale non è concesso il diritto di alzare la voce. Oltre a ciò, le parti in cui i personaggi recitano versi del Corano, sono state mantenute in forma originale ma con sottotitolaggio, per poter trasmettere agli spettatori l’idea di sonorità e la sacralità che è presente nella lettura del testo sacro presso questo popolo.