Frank Miller

La presentazione alla Festa del Cinema di Roma del documentario Frank Miller – American Genius, diretto da Silenn Thomas, collaboratrice di lunga data di Miller, diventa l’occasione per una lunga chiacchierata con uno dei fumettisti più influenti del mondo contemporaneo. 

 
 

La regista racconta di aver conosciuto Miller sul set di 300. “Ero una piccola produttrice”. E racconta così la genesi del documentario: “Tanti suoi fan mi chiedevano perchè non ci fosse un documentario su Frank Miller. Gliel’ho chiesto, lui è stato d’accordo, così l’ho fatto”. Se però si chiede a Miller da chi vorrebbe essere interpretato, qualora si facesse un film di finzione su di lui, il fumettista non ha dubbi: “Da Meryl Streep. Lei potrebbe fare qualsiasi cosa. […] E’ impressionante per la sua capacità.” 

Come è nato 300

Molte curiosità riguardano ciò che ha influenzato l’arte di Frank Miller, a partire dalle influenze cinematografiche: “Un film che mi ha ispirato moltissimo è L’eroe di Sparta, del 1962. Lo vidi in una piccola sala […] Alla fine, morivano tutti. Con la morte degli eroi, ho modificato la mia visione. […] Fino a quel momento pensavo che tutti gli eroi dovessero sopravvivere e vincere su tutto e tutti. […] Giurai che avrei fatto un fumetto su questo tema. È così che è nato 300”. 

A chi gli domanda se i comics non siano un po’ la mitologia del nostro tempo dice: “Sì, mi piace pensare che i narratori di storie, chi ha la fortuna di avere un lavoro come il mio: artisti, fumettisti, registi, siamo tutti discendenti diretti di uomini delle caverne, che intorno al fuoco raccontavano ai compagni di una grande caccia, mentendo dll’inizio alla fine, vantandosi. Qualunque cosa che possa essere una storia accattivante, vera o meno, è un atto creativo.” Sulla possibilità di raccontare qualcosa che riguardi la storia di Roma, Miller argomenta così: “Roma ha tanta storia. Mi piacerebbe farlo. Quello che mi piace è la parte della ricerca. Io non ho una conoscenza approfondita della storia, ma adoro fare ricerche, studiare”. 

Jack Kirby, un maestro

Tanti sono gli artisti, i colleghi e i maestri del mondo del fumetto che lo hanno ispirato, molti dei quali ha avuto occasione di conoscere personalmente: “Ci sono stati tanti artisti, fumettisti, Jack Kirby – creatore tra gli altri de I fantastici Quattro, Hulk, Thor ndr- in primis. La sua influenza è costante. Poi ho scoperto Will Eisner – il creatore di Spirit ndr-. Sono loro le due influenze principali nella mia carriera”. Poi aggiunge Stan Lee, il primo creatore di Daredevil: “Incontrai Stan Lee quando iniziai a lavorare per la Marvel con Daredevil. […] Era incredibile, pieno di energia. Mi disse che Daredevil era un personaggio fantastico. Poi semplicemente e in modo eloquente mi spiegò i suoi punti salienti. Era cieco. Normalmente i supereroi sono noti per le loro abilità e non per le mancanze. Ma lui mi spiegò perchè questa era una gran ficata! […] Daredevil è sempre abbastanza in gamba da trovare delle soluzioni”. Anche l’incontro con Will Eisner è stato fondamentale nella carriera di Miller. Così ne parla: “Ero al Comicon a San Diego. Per me lui era un mito. Dal suo lavoro ho imparato tanti trucchi e anche il senso di una storia. […] Aveva grande personalità, grande intelletto. Se vogliamo riassumerlo in una parola, vedeva i fumetti come una forma nobile. Non erano qualcosa che riguardava solo i ragazzini. Era un’aspirazione per me. Quando lo conobbi stava per andare in pensione. […] Mi insegnò tantissimo, ma soprattutto il senso dell’etica. Non la lealtà verso un’azienda, ma come abbinare passione per il lavoro e difesa dell’onestà intellettuale. Professionalmnte è la fonte più preziosa a cui ho attinto.”

Frank Miller e i fumettisti italiani

Ci sono però anche due italiani che Miller cita: Milo Manara e Hugo Pratt: “Manara è uno dei più straordinari fumettisiti che abbiamo. Vidi per la prima volta il suo lavoro a New York. […] In lui c’era maestria, bellezza, coraggio. Non vedevo l’ora di incontrarlo. Quando l’ho incontrato, ho scoperato che conosceva il mio lavoro e lo capiva profondamente. Abbiamo stabilito un rapporto. […] Mi fa sempre piacere vederlo, quando capita”. Prosegue: “Pratt era straordinario. […] Lo scoprii e me ne innamorai. Aveva studiato moltissimo, aveva vissuto intensamente, viaggiato, compreso, imparato da Milton Caniff, conosceva la realtà internazionale. Si può capire quando ho scoperto Pratt, perchè stavo disegnando Ronin e improvvisamente compare questo lavoro a linee molto nette in bianco e nero. […] Lo incontrai a Lucca. Fu divertentissimo. Eravamo in hotel a colazione, qualcuno me lo indicò. Io mi  avvicinai. […] Lui fece un grugnito e mi indicò dicendo: io la conosco, per sei mesi ho tenuto uno dei suoi fumetti nella mia borsa. […] Era felice di vedere un americano che imitava degli europei. […] Abbiamo passato tutta la giornata insieme a chiacchierare. Era un grande artista”. 

Quindi Miller parla del suo processo creativo: “Mi intrufolo nelle case delle persone, rubo da loro. A volte osservo qualcosa per strada e scatta la molla. Oppure c’è una questione importante che riguarda la mia vita. Magari inizio senza rendermi conto di quale è stata l’ispirazione. Le storie si presentano”. Ciò che è importante, però, conclude, è che: “raccontare le storie è la mia funzione, non è qualcosa che coscientemente costruisco, mattone dopo mattone. È semplicemente il motivo della mia esistenza”. 

Tra i molti suoi lavori, uno dei più importanti è Sin City. Miller parla così di come è arrivato al cinema: “Il rapporto fra Sin City e il cinema è molto divertente. Ho iniziato la mia carriera scrivendo la sceneggiatura di un film che è stato un flop assordante: RoboCop 2. L’ho riscritto tante volte. […] Ci sono alcuni film che sono maledetti. […] Il caso citato rientra in questa casistica. Ho dato la colpa al mondo del cinema, dicendomi che sarei tornato a fare il fumettista, ma avrei fatto un fumetto che non potesse essere trasformato in film. Feci Sin City. Poi Robert Rodriguez mi disse che voleva farne un film. […] Gli dissi che non avevo nessuna voglia. Mi richiamò invitandomi ad andare in Texas e fare una scena di prova con qualche attore, non potevo rifiutare. Sul set gli attori si presentarono, erano talentuosi. Fecero la scena in due minuti, l’apertura del film. Dopo averla girata, ho stretto la mano a Robert e gli ho detto: ci sto!”. […] Fare Sin City è stato un sogno che si è realizzato”. 

Prosegue poi parlando del suo approccio alla regia e del suo rapporto con gli attori: “Forse sono un po’ strano come regista, perché adoro gli attori. Molti registi li considerano come dei narcisisti incapaci. Sì, sono narcisisti, ma adoro vedere la loro creatività e come riescono a dar vita a delle parole scritte.” 

Guardando al mondo di oggi e alla rilevanza che ha assunto l’universo del fumetto nel cinema, ci si chiede se il giovane Miller, ai suoi inizi con la Marvel si sarebbe aspettato che quel cinema sarebbe diventato il vero cinema americano, quello che fa gli incassi. Il fumettista dice: “Non sono un profeta, penso che prima devi fare un buon lavoro, poi si vedrà” Ma poi precisa: “Secondo me doveva essere così, dai tempi di Superman”. 

Frank Miller e il politically corret

Sul politically correct che oggi rischia di limitare la creatività degli artisti, così si esprime: “Oggi c’è più pressione per esercitare un po’ di censura e questo avviene quando le persone hanno paura. Tendono ad andare verso posizioni più conservatrici. Vuoi proteggere i tuoi bambini, la tua casa. […] Io non mi sento di dover seguire degli ordini. […] Ciò che volevo fare l’ho fatto, senza pronunciarmi contro una cosa o l’laltra. La gente in questi casi tende a smettere di ascoltare, preferisco esplorare determinate tematiche.” 

A chi gli chiede se abbia approfittato del lockdown per guardare film e serie tv risponde: “Ho guardato soprattutto vecchi film. […] Ho passato il tempo studiando. […] Per rinfrescare le idee e scoprire nuove cose. Non ho guardato serie tv.  Non ne sono appassionato. So che ci sono anche dei buoni prodotti, ma non so se mi va di andare a rovistare nell’immondizia per trovare qualcosa di buono”.  

Frank Miller sul futuro

Pensando ai progetti futuri, riguardo a ciò che gli piacerebbe realizzare, Miller afferma: “Mi piacerebbe fare quello che sto facendo, in varie forme”, prosegue tranquillo, “sono fortunato perché ho avuto abbastanza successo. Perciò posso occuparmi delle storie che mi interessano veramente. […] Come posso farlo? Con i fumetti sicuramente. […] Nel cinema, ci vogliono tanti soldi per fare un film ed è una sfida competamente diversa. Vorrei raccontare storie diverse tra loro, viaggiare contemporaneamente in tante direzioni diverse. […] Sono come un bambino in un negozio di dolciumi che ha solo 50 centesimi e può comprarsi a malapena un dolcetto. Adoro il mio lavoro e le possibilità che mi offre, sono infinite, vorrei esplorarle tutte e dimostrare al mondo che i fumetti possono realizzare qualunque cosa. 

A proposito di bambini, sul ricordo che ha di sé bambino e di cosa rappresentasse per lui disegnare i primi fumetti Miller dice: “Ricordo un bambino impaurito, non ricordo il motivo della paura, ma ero sempre un po’ teso. Ricordo che disegnare quegli stupidi fumetti mi riempiva di gioia e mi dava uno scopo. Adesso, ripensando a quel bambino, gli voglio un gran bene”.