Thomas Vinterberg, uno dei padri del movimento cinematografico Dogma 95, presenta il suo nuovo film alla Festa del Cinema di Roma 2018. Intitolato Kursk, il film è l’adattamento cinematografico del libro A Time to Die, di Robert Moore, basato sull’incidente del sottomarino K-141 Kursk, avvenuto il 12 agosto del 2000. In conferenza stampa, il regista racconta della genesi del film, e del perché per lui è così importante raccontare questo tipo di storie.

“Decidere di fare un film non è sempre una cosa razionale. – esordisce Vinterberg – Se una storia inizia a tormentarmi, allora inizio a pensare a che contributo potrei darvi. Ho deciso di fare questo film perché molti dei temi che più mi stanno a cuore ricorrono in questa storia. La storia di una famiglia, il disperato tentativo di sopravvivenza, la lotta di un uomo contro la burocrazia, e anche i sentimenti di indignazione, amore, dolore, perdita. Sono ossessionato da tutto ciò.”

Viene naturale chiedersi quanto di ciò che vediamo nel film sia realmente accaduto e quanto invece sia frutto di una drammatizzazione cinematografica. Il regista ha la risposta pronta a riguardo e ci tiene a specificare che “questo film parla in primo luogo di umanità, non volevo si trasformasse in un atto di accusa. Secondariamente, è un accordo tra la finzione e la verità storica. Molta della verità rimane sul fondo del mare con il sottomarino. Abbiamo ricostruito quanto più fedelmente ciò che si sa, e gli attori sono stati sottoposti ad uno studio tecnico al fine di perseguire la realtà. Tuttavia si tratta di un film, e quindi naturalmente abbiamo aggiunto elementi di finzione. C’è sempre un equilibrio tra i due elementi.”

Vedendo un film come Kursk ci si sorprende dell’evoluzione stilistica assunta dal regista rispetto ai suoi primi film. Chiamato a rispondere a riguardo, Vinterberg si sofferma a parlare del celebre movimento fondato insieme al regista Lars Von Trier.

“Questo film è ovviamente lontano da Dogma 95. All’epoca cercavamo la verità nel cinema, cercavamo di trovare l’essenza più nuda del cinema. Volevamo rivoltarci contro il suo aspetto più conservatore. Ma con il tempo anche questa volontà ha iniziato a diventare corrotta, e abbiamo finito con l’abbandonare quelle idee in cerca di nuove forme espressive. Ad ogni modo, se c’è un filo tematico che accomuna tutti i miei film è il valore dell’umanità.”

Tra i temi centrali del film, c’è quello del nucleo famigliare, ricorrente in gran parte della filmografia dell’autore danese. “Sono attratto dai rituali e dalla claustrofobia del nucleo famigliare. Stare su un set è un po’ la stessa cosa, si condivide tutto, si è nudi davanti agli altri. Finito il film, si scioglie anche il nucleo famigliare, ed io non riesco mai ad abituarmi a questo scioglimento. Ecco è per questo che ne sono ossessionato.”

“Cercavo un punto di vista dal quale raccontare, e analizzare, questa storia, e l’ho trovato in quello dei bambini. – continua poi il regista, analizzando altre peculiarità del film – Il loro è un punto di vista non corrotto su un mondo corrotto. Questa storia mi provoca rabbia, e mi provoca rabbia la mancanza d’umanità. Il bambino attraverso cui guardiamo la storia è una rivalsa della forza dell’umanità e del futuro. Io cerco sempre di tornare alla purezza dell’umanità, e dei miei personaggi.”

A conclusione dell’incontro, Vinterberg sembra voler lanciare un monito ai registi di tutto il mondo, esortandoli a raccontare sempre più temi considerati tabù. “E’ obbligo dei cineasti di parlare di questi argomenti, indagarli. Personalmente volevo mostrare cosa avviene quando l’umanità viene schiacciata dal potere fine a sé stesso. Spero che storie di questo tipo possano aiutarci a riflettere.”