Three Kilometers to the End of the World, recensione del film di Emanuel Pârvu – Cannes 77

Al suo terzo lungometraggio, il regista rumeno approda in concorso al Festival di Cannes.

THREE KILOMETRES TO THE END OF THE WORLD © Vlad Dumitrescu
THREE KILOMETRES TO THE END OF THE WORLD © Vlad Dumitrescu

Sulla scia dei grandi nomi della new wave rumena, come Cristian Mungiu (Animali Selvatici) e Cristi Puiu, che si sono fatti scoprire anche grazie al Festival di Cannes, arriva in concorso a Cannes 77 Three Kilometers to the End of the World del regista rumeno Emanuel Pârvu. Si tratta di un dramma poliziesco che ruota attorno all’indagine sul caso di un ragazzo picchiato in un villaggio dell’entroterra rumeno, un atto di violenza omofoba. Un crimine e un’indagine sono al centro della narrazione, anche se non succederà nulla di quello che ci aspettiamo: la legge è una cosa, ma le famiglie, le tradizioni, il potere, la chiesa e i legami di un piccolo paesino sono al di sopra di tutto.

3 chilometri… lontano da tutto

Adi (Ciprian Chiujdea) è un adolescente di 17 anni che fa ritorno in un piccolo e remoto villaggio del Delta del Danubio per trascorrere l’estate con il padre Dragoi (Bogdan Dumitrache) e la madre (Laura Vasiliu). Il ragazzo studia e vive in una città più grande e sogna di andare a Bucarest all’università; è omosessuale e, durante l’estate, si è frequentato con un ragazzo, all’insaputa dei suoi genitori dalla mentalità estremamente conservatrice. Scopriamo che, una notte, è stato picchiato da alcuni vicini, ma questo gesto di omofobia sarà solo l’inizio delle sue difficoltà: tra segreti, bugie, inganni e compromessi, inizia un lungo processo poliziesco, religioso e giudiziario, da cui ogni adulto vorrà trarre profitto senza mai tenere conto dei bisogni e dei desideri della vittima.

Il padre, che non sa nulla di ciò che è realmente accaduto, porta Adi a fare un controllo medico e a sporgere denuncia alla polizia. Il ragazzo dice di non sapere chi è stato e perché, ma è chiaro che non vuole parlarne troppo. Lentamente cominciano a emergere possibili sospetti, come i figli di un gangster a cui il padre deve dei soldi; pensa che sia questo il motivo del pestaggio, mentre tutto sembra indicare che si tratti di un’aggressione omofoba. Lentamente, in silenzio, la voce di cui nessuno sembrava essere a conoscenza inizierà a diffondersi e i genitori di Adi verranno a sapere, increduli, che il loro figlio è gay.

THREE KILOMETRES TO THE END OF THE WORLD © Vlad Dumitrescu
THREE KILOMETRES TO THE END OF THE WORLD © Vlad Dumitrescu

Un paesaggio idilliaco per un racconto di oppressione

Il pregio narrativo di Three Kilometers to the End of the World è principalmente quello di non mostrare il punto di vista della vittima, ma del sistema attorno a lui, fatto di adulti chiusi nell’ignoranza di un posto che sembra veramente distare pochi chilometri dalla fine del mondo. La prospettiva è fondamentale per dare un senso a questo tipo di racconto di periferia, che trova il giusto spazio all’interno di un Festival, anche se decisamente meno incisivo di altre proposte dei connazionali di Pârvu.

Se l’amore incondizionato di un genitore diventa condizionato da circostanze inattese, come cambia il modo di pensare e agire della nostra famiglia? Questa sembra essere la tesi di partenza di Three Kilometers to the End of the World, che si sparge per tutto l’incrocio su cui sembra sia costruito l’intero villaggio. Tutto è limitato a un’intersezione di stradine, la stazione di polizia, la chiesa, l’ospedale. Girato in due villaggi sul Delta del Danubio, Sfântu Gheorghe e Dunavăț, la location idilliaca di Three Kilometers to the End of the World è lo scenario perfetto per raccontare crimine impeccabile: rifiutarsi di comprendere. Si tratta di un posto isolato e non facilmente raggiungibile, ma che in estate attira comunque turisti, gente non locale, ed è proprio questo l’elemento di disturbo, che mina gli equilibri del villaggio, un agente esterno che porta qualcosa di inammissibile.

L’incomunicabilità è la morte di una famiglia

In questi tre chilometri si consuma la morte di Adi, raccontata tramite i suoi occhi, le urla strazianti, il progressivo allontanamento dal nido che è tutto tranne che famiglia. Nel paese, tutti gli adulti suggeriscono che è meglio se non si sparge parola, ma è esattamente quello che manca, un dialogo a due voci, qui sostituito sempre dal monologo spiazzante, dall’incomprensione che non trova un interlocutore, dai “perchè” che non ammettono una risposta, da considerazioni fuori dalla realtà come “se ne andrà tutto con l’autunno“.

In un paese che sembra quasi solo di uomini, forse, la cosa peggiore è che una madre consenta tutto questo, che pensi che la vita di città abbia fuorviato la mente del figlio. Anche il femminile adulto è minaccioso, solo quello giovane lascia uno spiraglio di luce per Adi: sarà la sua amica Ilinca a capire senza chiedere troppo, ad agire nel caos di intenzioni interrotte (e corrotte).

Alla fine di Three Kilometers to the End of the World, Adi rimane un mistero: solo una cosa sappiamo di lui, quella a cui si sono limitati i suoi genitori e i compaesani, l’unica per cui credono che il ragazzo sarà identificato nel mondo. Vorremmo averlo potuto conoscere di più ma capiamo che, solo andandosene, potrà rivelarsi.