All Day and a Night recensione

Il titolo rimanda ai fratelli Dardenne, ma qui si fronteggiano bande di criminali afroamericani, a suon di rap nella periferia statunitense, lontani anni luce dall’Europa raccontata con realismo dai due registi. All Day and a  Night sembrerebbe solo un film crudo e violento, se non fosse per il barlume di speranza che filtra nell’oscurità della notte dei sobborghi di Oakland. Nonostante ciò, il nuovo lavoro di Joe Robert Cole, originale Netflix visibile on demand dal 1 maggio, condivide col cinema dei fratelli belgi l’interesse per gli ultimi e la volontà di inquadrare le problematiche che pongono all’attenzione in una prospettiva socio-politica e morale.

 
 

All Day and a Night, la trama 

Periferia di Oakland, Jahkor (Ashton Sanders) finisce in prigione per duplice omicidio. Qui inizia a ripensare alla sua vita e alle scelte che lo hanno portato fino a lì. Lui che non voleva immischiarsi negli affari sporchi del quartiere e sognava di sfondare come rapper. Lui che non voleva seguire le orme del padre J D (Jeffrey Wright), violento e tossicodipendente, che finirà i suoi giorni in carcere. Lui che sognava di evadere dal quartiere, ma ha visto amici provarci e tornare su una sedia a rotelle, mentre altri amici, quelli che avevano scelto i soldi facili, lo invitavano ad unirsi a loro. Si è convinto, è entrato nel gioco sporco ed è finito in una guerra tra bande, in cui gli è toccato il ruolo del killer. Ora sconta la sua pena, con un figlio appena nato fuori. Dentro, un padre e tanti nemici. Ora si domanda se c’è una scelta che può ancora fare.

Il mondo senza scampo di Joe Robert Cole

Quella di Joe Robert Cole, regista e sceneggiatore del film, è una visione disperante, di un determinismo più feroce delle morti e del sangue. Il regista insiste moltissimo su questo punto, forse troppo. Dunque, ecco la metafora del quartiere come prigione, e la voce off del protagonista che non manca di sottolinearlo con i suoi commenti: “Dovrebbe essere diverso qui dentro rispetto a fuori, ma a casa semplicemente non vedevo le mura”; “quando una vita normale è meno probabile di una vincita alla lotteria” hai solo la possibilità di “scelte non scelte”, puoi “solo essere l’uomo nero per qualcuno”. Una vita, quella di Jahkor, già segnata, perché fuori o dentro, in fondo, è lo stesso. In questa periferia l’atmosfera non può che essere oscura, l’ambientazione quasi sempre notturna, freddi i colori. Il tutto è ben reso dalla fotografia di Jessica Lee Gagne.

La critica sociale in All Day and a Night

Parte integrante di questa visione è una forte critica al sistema politico-sociale. Un sistema che non offre alternative a ragazzi come Jahkor, che non vorrebbero finire nel vortice della criminalità. L’America terra di opportunità, si scopre come un paese che non ne offre a chi ne ha più bisogno. È ancora una volta l’America dei bianchi opposta a quella dei neri, o dei “negri”, come i personaggi del film si chiamano tra loro nello slang del quartiere, cui nessuno sembra dare ascolto e riconoscere dignità, se non il mondo criminale.

Lo sguardo del regista vede Jahkor come una specie di martire,  come mostrano alcune eloquenti scene in cui la scelta delle posture e delle inquadrature rimanda chiaramente a una metafora cristologica. Il protagonista Ashton Sanders conferma ancora il suo talento dopo il successo di Moonlight e sa diventare il simbolo di un’intera categoria sociale. Accanto a lui, un cast coeso: da Kelly Jenrette, nel ruolo della madre Delanda,  a Jeffrey Wright, in quello del padre J D, agli amici d’infanza T Q, Isaiah John e Lamark, Christopher Meyer, alla fidanzata Shantaye, Shakira Ja’Nai Paye. Cole, dal canto suo, è bravo a costruire metafore attraverso le immagini, ma questa sua abilità registica è al servizio di una visione che appare a volte forzatamente esasperata. Tra gli amici di Jahkor, ad esempio, nessuna eccezione, nessuno spiraglio di speranza. Neanche al suo amico Lamark, che “ha fatto tutto per bene”, è andata meglio. Quest’eccessiva insistenza rischia di annoiare lo spettatore.

La struttura di All day and a Night tra prevedibilità e buone intuizioni

All Day and a Night recensione
All Day And A Night – Ashton Sanders, Jeffrey Wright – Photo Credit: Netflix / Matt Kennedy

Il determinismo di Cole porta con sé la prevedibilità, il dipanarsi della trama di All Day and a Night non riserva particolari sorprese. D’altronde, il percorso di chi nasce ai margini è segnato, al punto che ci viene mostrato in flashback, partendo dall’omicidio commesso e dalla condanna di Jahkor. È prevedibile come quel gesto si sia determinato. Il romanzo di formazione – alla criminalità – del piccolo protagonista, perfino il suo resistere fino a un certo punto, coltivando il sogno di fare musica, lo sono.  Perciò viene spesso meno la tensione e il ritmo è altalenante, nonostante la buona idea di costruire il film su tre piani temporali diversi. L’infanzia, i giorni precedenti l’omicidio e il carcere si alternano costantemente e risollevano da qualche calo di attenzione – il montaggio e di Mako Kamitsuna. La parte che riesce invece a creare un’autentica suspense è quella che si svolge tra le mura del carcere, dove un possibile agguato è atteso in ogni momento.

Nel complesso, però, la struttura funziona e il regista riesce a tenerne le redini proprio grazie a qualche buona intuizione.

La scelta, una contraddizione?

Nell’approccio utilizzato non sembra esservi spazio per la scelta. Eppure, se da una parte si insiste in maniera anche eccessiva sulla mancanza di vie d’uscita, sull’ineluttabilità del dipanarsi degli eventi, dall’altra, si dà al protagonista una possibilità, un’altra strada da percorrere, ma è lui che sceglie di non farlo, che non resiste. Anche qui, lo sguardo di Cole è indulgente con Jahkor e non manca di sottolineare le difficoltà che incontra e che lo fanno desistere. Ma egli opera pur sempre una scelta. Scelta è pure quella riguardo al farsi carico o meno del ruolo di padre, che solo lui può prendere.

Scelta, infine, è quella del regista di concedere al suo protagonista, allo spettatore, alla realtà che racconta con passione, una speranza, anche prendendosi il rischio di scivolare in una contraddizione e suscitare qualche perplessità, pur di accendere una luce nel buio di queste vite ai margini.