Un uomo, la sua barca e intorno la natura più estrema e spietata; sono gli ingredienti di All Is Lost- Tutto è Perduto, di Jeffrey C. Chandor, già regista di Margin Call (2011). A differenza del suo film precedente, in cui abbondavano dialoghi e personaggi, stavolta Chandor mette in scena il dramma di un solo uomo senza nome (Robert Redford) che, partito per una tranquilla escursione da diportista, si troverà a dover lottare per la propria sopravvivenza.

 
 

All is Lost recensione posterQuesta scelta narrativo-stilistica ha ridotto notevolmente la resa drammatica della pellicola: “Il nostro uomo” affronta tre quarti di film senza mai quasi battere ciglio, con un volto fin troppo imperturbabile. Se il Tom Hanks di Captain Phillips – Attacco In Mare Aperto  era costretto a mantenere la calma di fronte all’imprevedibilità dei propri rapitori, Redford è da solo, ma la tragedia che lo colpisce sembra non scuoterlo più di tanto. Così, quando si lascia finalmente andare ad un “Fuuuuuuuuck!” il pubblico si farà una risata piuttosto che condividere la sua sofferenza, anche perché nulla ci viene rivelato del protagonista; non sappiamo chi sia né perché si trovi a 1700 miglia da Sumatra, in pieno Oceano Indiano. Nonostante le intenzioni di Chandor infatti, la mancanza di un qualsiasi approfondimento sulla vita passata del personaggio limita inevitabilmente la partecipazione emotiva degli spettatori al dramma che egli sta vivendo.

In un film in cui “plausibilità” sembra essere la parola d’ordine, le sviste risaltano con maggior veemenza, così come determinati cardini della sceneggiatura non propriamente verosimili. Impossibile ad esempio ignorare l’improbabile circostanza con cui si apre il film, la sfortunata coincidenza per cui un container pieno di scarpe da tennis (?) crea una falla nella barca del povero Redford. Già questo fa sorridere, ma se poi vediamo il solito imperturbabile protagonista prepararsi all’arrivo di una furiosa tempesta radendosi la barba, il livello di credibilità cola a picco. L’escalation di situazioni tragicomiche continua per tutta la durata del film, tra cadute accidentali e barche semiaffondate che si muovono tirate dal protagonista seduto su un gommone che invece non si sposta di un millimetro.

Si giunge così ad un finale fin troppo ambiguo, ai limiti del surreale; sinceramente non riusciamo a comprendere l’entusiasmo della critica d’oltreoceano, un tripudio di “Straordinario, spettacolare, magnifico, splendido, epico…”. Certo gli effetti speciali e la colonna sonora fanno il loro dovere, ma è la storia che non riesce a trascinare, così come il protagonista, la cui interpretazione è stata pomposamente definita “La migliore performance di Redford”.

Di Cristiano Bacci