Brimstone

A metà strada tra Salem e il vecchio west si insinua la nuova fatica cinematografica del regista olandese Martin Koolhoven, Brimstone, quest’anno in concorso a Venezia.

Protagonista di Brimstone è la giovane e bella Liz (Dakota Fanning) un’ostetrica sposata ad un uomo molto più vecchio di lei, che vive in quella che sembra una quieta cittadina di stampo puritano. A turbare la sua tranquillità ci pensa l’arrivo inaspettato al villaggio del reverendo Preacher (Guy Pearce) che sembra avere dei conti in sospeso con Liz e appare da subito intenzionato a trasformare la sua vita in un inferno. Inizia così per la ragazza una vera e proprio lotta per la sopravvivenza che la spingerà a lasciare la città per sfuggire al pericoloso nemico e proteggere così i suoi figli dalla sua ira.

Brimstone

Koolhoven, dopo aver introdotto la sua imperturbabile protagonista femminile, decide di raccontarci la sua storia ripercorrendo gli eventi che hanno segnato la vita di Liz ma lo fa andando a ritroso prima di arrivare ad un ‘fiammeggiante’ finale. Essendo la componente religiosa fondamentale alla narrazione, il film viene suddiviso in quattro episodi, ognuno dei quali prende il suo titolo dalla Bibbia, ovvero Apocalisse, Esodo, Genesi e Castigo.

Questa divisione in capitoli, che dovrebbe rendere il film più dettagliato e facilitarne la comprensione, in realtà non fa altro che frammentare ancor di più una storia la cui sceneggiatura fa acqua da tutte le parti sin dalle prime battute. Si parte infatti con Apocalisse – senza alcun dubbio l’episodio più convincente dei quattro – e ci si ritrova in un’ambientazione tipica del New England dell’epoca puritana; ma l’atmosfera, caratteristica dei film che affrontano il difficile periodo della caccia alle streghe, subisce un brusco e repentino cambiamento con il sopraggiungere del secondo episodio, Esodo, dove ci ritrova all’improvviso nel polveroso e selvaggio west.

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Questo avvicendamento così drastico non solo è destabilizzante per lo spettatore ma sembra non aver alcun senso; non si riesce infatti ad inserire la storia in una precisa dimensione spazio temporale e ognuno degli episodi sembra essere completamente scollegato dagli altri.

A pesare ancora di più sul già labile equilibrio del film è l’uso eccessivo della violenza, soprattutto sulle donne e animali, che non è solo inquietante ma, nella maggior parte dei casi, anche gratuito.

La brutalità di alcune scene sembra voler sopperire alla mancanza di sostanza del film le cui sorti non vengono risollevate nemmeno dalla presenza nel cast di attori eccellenti come la giovanissima Fanning e il suo antagonista Pearce; mentre la prima risulta quasi totalmente inespressiva, Guy invece dà vita ad un personaggio così rigido e controllato da sembrare quasi la versione macchiettistica di un inquisitore, suscitando ilarità piuttosto che terrore e raccapriccio. Nonostante le onorevoli intenzioni di Martin Koolhoven di omaggiare il genere del western all’italiana, Brimstone è purtroppo un esperimento completamente fallito che qui a Venezia ha guadagnato ben pochi applausi e un numero imbarazzante di fischi.

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