Cari Compagni recensione

Ci son storie vere che diventano esemplari ed altre che ci fanno sorprendere di non averle mai sentite prima, ma in nessuna di queste due categorie potrebbe rientrare lo spunto al quale si è ispirato Andrei Konchalovsky per il suo ultimo Dorogie Tovarischi (Cari Compagni), in concorso alla 77. Mostra Internazionale di Cinema di Venezia. Sullo sfondo, infatti, c’è il massacro avvenuto a Novocherkassk il 2 giugno del 1962, del quale si è potuto sapere solo nel 1992 grazie alla Glasnost di Gorbaciov e all’inchiesta affidata all’investigatore Yuri Bagraev, non a caso chiamato a fare da consulente alla sceneggiatura.

 

Il bilancio finale fu di 87 feriti e 26 morti, i corpi dei quali furono seppelliti sotto falso nome per cancellare ogni prova dell’accaduto. Di fatto preservando i colpevoli, a tutt’oggi mai condannati. Un esempio agghiacciante della distorsione dell’informazione e dell’uso della censura ad ampio raggio da parte del regime comunista sovietico, in questo caso post Staliniano, che viviamo attraverso l’esperienza della protagonista, Caposettore del Comitato Locale del Partito, Lyudmila Syomina. La donna, interpretata dalla moglie del regista Julia Vysotskaya, da sempre irreprensibile militante convinta della bontà degli ideali comunisti e dell’onnipotenza del defunto leader, si getta alla disperata ricerca della figlia, data per morta e scomparsa dietro la fumosa organizzazione del KGB.

Cari Compagni, una storia dalle radici antiche

“Volevo fare un film sulla generazione dei miei genitori” e sulla disillusione di quanti avevano sognato una società diversa, ha dichiarato il regista, che da circa 10 anni coltivava questo progetto. Da prima ancora della sua vittoria del Leone d’argento con Le notti bianche del postino nel 2014 e Paradise nel 2016 proprio al Lido, dove torna per omaggiare a suo modo la purezza di quegli uomini e donne, in molti casi prime vittime del crollo di quelle ideologie. Un tributo da leggere tra le righe, in effetti, ma non così nascosto, sicuramente più evidente nelle espressioni della gente comune e nella loro umanità. Volti e speranze che Konchalovsky sottolinea e incornicia con inquadrature attente, sicuramente sostenute dal bianco e nero utilizzato e dal formato scelto, l’ormai insuale 4:3.

A tratti, i paradossi dell’Apparato assumono toni quasi farseschi, o teatrali, come nelle immagini dello sciopero e dei primi morti osservate da dietro i vetri di una finestra chiusa, ma tutto si trasforma rapidamente in tragedia. Prima sociale, politica e poi personale, con la missione della donna intorno alla quale tutto ruota. La foga emotiva di questa madre angosciata spicca facilmente sugli sfondi scelti per rappresentare una realtà storica fatta di uffici, ospedali e case private, di soldati senza volto e folle vocianti tanto quanto di icone religiose e quadri di Stalin.

Tessere di un puzzle che piano perde di umanità, sposando perfettamente l’immagine stereotipata che tutti (almeno quelli che ricordano il periodo in questione) abbiamo di quel contesto, proprio mentre tutto spinge per far emergere sempre più esempi di pietà e solidarietà tra le vittime, carnefici compresi. Fondamentali nel procedere della ricerca, che si sviluppa tra le maglie dell’istituzione, tra alleati imprevedibili e improbabili, fino alla conclusione più attesa.

Andrà tutto bene

La parabola che disegna Konchalovsky è evidente, le sue sorprese non sono narrative, ma la realtà di cui son intrisi i fatti riportati colpisce ancora più duramente. Analogamente emoziona di più il turbamento della protagonista nell’affrontare la nomenklatura schierata per la lettura del discorso – il cui incipit dà il titolo al film – che dovrebbe salvarla piuttosto che le implicazioni o le conseguenze della sua scelta. Le parole vengono meno. E i paralleli tra la chiusura della città e il lockdown vissuto da tutti noi, o tra il conclusivo “Staremo meglio” e lo slogan che abbiamo visto apparire su molti dei nostri balconi, vengono naturali. Non senza regalarci un ultimo brivido, drammaticamente sincero.