Carlo Verdone racconta se stesso e il suo cinema in un documentario inedito e sorprendente con le testimonianze di amici, attori e di chi lo conosce bene. Un ritratto privato e professionale ricco di ironia e umanità, tra risate e commozione.

 

Gianfranco Giagni e Fabio Ferzetti, sceneggiano e dirigono un documentario che ripercorre con estrema leggerezza una vasta raccolta di testimonianze, materiale di repertorio e sequenze dei film di Carlo Verdone. L’incipit su “errori di scena” dei suoi amici-colleghi prima dell’intervista immergono il pubblico in quello che sarà il clima di tutto il documentario, risate e confessioni, che ci restituiscono la vita professionale dell’artista romano in tutti i ruoli da lui ricoperti in più di trentanni di spettacolo. Le incursioni più frequenti saranno quelli di Toni Servillo, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Laura Morante, Claudia Gerini, ma anche i suoi figli, Giulia e Paolo nonché la sua storica tata Novilla. Il documentario inizia con i rumori e voci del set che si mescolano sulle immagini di un teatro di posa vuoto e in cui la regia non si nasconde, Carlo Verdone entra e con passo svelto si siede e risponde alle domande che gli vengono fatte. Viene raccontato così il primo punto di vista, quello artistico, in cui l’esempio sui vari modi di fumare, ci porta al suo studio dei personaggi e dei dettagli con cui li caratterizza. Questi momenti vengono intervallati dai numerosissimi racconti di scena, per esempio, durante la lavorazione di Posti in piedi in paradiso, oppure in interviste sul lungo mare di ostia o in macchina.

Dall’altra parte viene introdotto l’altro aspetto, quello privato che emerge soprattutto nel racconto della casa paterna sopra i portici a Roma. Questa rappresenta la parte inedita della vita di Verdone, la sua sfera privata che viene introdotta attraverso i familiari e le persone che hanno abitato nel suo stesso quartiere e lo conoscono da una vita; di questo punto di vista fondamentali sono stati i super8 di famiglia e i materiali di repertorio RAI. Da i due percorsi narrativi emerge l’inevitabile ecletticità dell’attore e il suo carattere d’improvvisazione. Invece, la parte critica del documentario, viene l’affrontata dai critici veri e propri, uno per tutti Goffredo Fofi, in cui vengono rimarcati i punti forti del cinema di Verdone quali la grande capacità d’osservazione sulle persone e della società che mutua in continuazione. All’incirca a metà del documentario si parla dell’ultimo periodo di Carlo Verdone, ossia quello che predilige un cinema fatto di temi sociali e lontano dalle maschere degli inizi, in cui emerge ulteriormente la struttura dell’italiano medio.

I due registi, restituiscono in Carlo! le varie angolazioni un buon ritratto dell’artista, che celebra la sua carriera ed emoziona con la sua vita privata. Ciò in cui non riesce è il peso sull’uomo, nonostante vengano raccolte e mostrate le sue ansie d’attore-regista, poche sono le domande che scavano sulla fragilità che lo spingono verso determinate emozioni, manie e tic. Restituendo quindi solo il ritratto piacevole di un cinema più complesso e sfaccettato.