Cesare deve morire

Roma, Carcere di Rebibbia. Un gruppo di spettatori assiste alla messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare allestita da un gruppo di detenuti/attori diretti dal regista Fabio Cavalli. Alla fine della rappresentazione, tra gli applausi del pubblico, i carcerati verranno nuovamente scortati nelle loro celle e ricomincerà la triste routine delle loro vite da reclusi. Il ricordo dei sei mesi di preparazione dello spettacolo, però, rimarrà vivo in loro e li aiuterà ad andare avanti illuminati da una nuova consapevolezza: c’è qualcos’altro oltre al carcere e la vita violenta che hanno conosciuto nel loro passato.

 

Cesare deve morire dei fratelli Taviani, Orso d’oro all’ultimo festival del cinema di Berlino, è stato salutato da molti come film simbolo della rinascita del neorealismo in Italia ed effettivamente molte delle scelte effettuate dai due maestri per Cesare deve morire, ricordano lo stile di questa corrente cinematografica del passato, a partire dal soggetto stesso: “documentare” l’allestimento dello spettacolo all’interno di una struttura carceraria e, contemporaneamente, la vita stessa dei detenuti che si intreccia a quella dei personaggi del dramma di Shakespeare.

Cesare deve morire, il film

I Taviani hanno scelto il Giulio Cesare proprio perché si tratta di una vicenda tutta italiana che mette in campo emozioni forti ed estreme come l’amicizia, il tradimento, la brama di potere, l’ambizione, il delitto. Questi sentimenti i protagonisti di Cesare deve morire li hanno vissuti direttamente sulla propria pelle. Da questo aspetto nasce la fusione completa tra attori e personaggi (in entrambi i casi “uomini d’onore”) e scaturisce l’emozione diversa che solo queste interpretazioni riescono a trasmettere allo spettatore, diversa proprio in quanto vissuta profondamente dall’uomo attore, un’emozione reale che si “fa carne” negli sguardi e nelle espressioni.

In questo senso si può parlare di neorealismo all’ennesima potenza, un neorealismo in 3D dal momento che questa emozione risulta così vera e palpabile da potersi quasi toccare. Le scene più toccanti sono quelle in cui, soprattutto durante le prove, riaffiorano i ricordi delle vite passate degli attori e si fondono con le vicende del dramma. Mentre  provano nelle loro celle con i compagni di pena, ritrovano analogie tra la finzione e la realtà, “traducono” ognuno nel loro dialetto le battute del copione unendosi sempre più ai loro personaggi. A poco a poco la preparazione dello spettacolo assorbe  ogni aspetto della loro quotidianità nel carcere e gli altri pensieri e preoccupazioni divengono marginali. In questo modo i detenuti ritrovano la libertà tra le sbarre, riescono ad evadere con la mente e la fantasia guidati dalla forza dell’arte.

Cesare deve morire non è, tuttavia, un documentario vero e proprio. C’è una trama ben definita ed una sceneggiatura in cui, però, anche i singoli protagonisti hanno “messo mano” tramite i racconti delle loro esperienze personali. La scelta stilistica di un bianco e nero fortemente contrastato che  rimanda ad una certa tradizione neorealistica degli anni sessanta, non è tipico di uno stile documentaristico tradizionale, come anche il passaggio al colore nel momento della rappresentazione difronte alla platea.

L’aspetto documentaristico potrebbe essere rintracciato nella resa dei sentimenti e delle emozioni, ma il resto Cesare deve morire è un film a tutti gli effetti, un film che mostra una realtà scomoda che difficilmente viene narrata o almeno difficilmente viene narrata in questo modo, avvicinandosi così tanto ai suoi protagonisti. Probabilmente perché si rischia ed il rischio è rendere i “mostri” troppo umani rompendo la netta dualità tra bene e male, mostrando che tra il bianco ed il nero c’è anche del grigio e spezzando, così, le certezze rassicuranti di chi è pronto a puntare il dito. I delinquenti sono uomini che hanno sbagliato ma che, tramite la poesia di Shakespeare, riescono a purificarsi e riscattarsi; dopotutto il recupero non è forse uno degli obiettivi principali della detenzione?

A giudicare dall’emergenza che riguarda le strutture carcerarie in questo periodo (sovraffollamento, condizioni di vita insostenibili che portano molti detenuti al suicidio, etc.), pare che molti lo abbiano dimenticato. In questo contesto l’Istituto circondariale di Rebibbia, con le sue molte attività di recupero tra le quali i laboratori teatrali, rappresenta un esempio virtuoso che anche questo film ha contribuito a far risaltare.