Cover-Up: recensione del documentario di Laura Poitras e Mark Obenhaus – Venezia 82

Il film è il nuovo documentario della regista Leone d'Oro al Festival di Venezia del 2022.

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Laura Poitras, Leone d’Oro a Venezia nel 2022 con All the Beauty and the Bloodshed, torna alla Mostra – questa volta Fuori Concorso – con Cover-Up, co-diretto da Mark Obenhaus. Il film non racconta un’inchiesta inedita, ma la vita e il metodo di Seymour Hersh, forse il più grande giornalista investigativo americano del secondo Novecento. A ottantotto anni Hersh continua a pubblicare su Substack, ma il documentario di Poitras e Obenhaus ha il sapore di un testamento morale: un monito sull’urgenza di un giornalismo che non si limiti a registrare il presente, ma lo scavi fino a scoprire ciò che il potere vuole occultare.

Cover-Up e l’assenza di Seymour Hersh

La scelta del titolo è emblematica: Cover-Up non è solo il ritratto di Hersh, ma la constatazione che viviamo in uno “stato permanente di insabbiamento”. Il film si apre con il ricordo delle sue prime inchieste – dal disastro chimico di Dugway, in Utah, al massacro di My Lai – e subito mette a fuoco un contrasto: allora il giornalista doveva faticare per abbattere muri di silenzio, oggi i muri restano, ma le grandi testate sembrano aver rinunciato a scalfirli.

Il documentario ricostruisce le origini di Hersh. Figlio di immigrati ebrei, aiutava i genitori nella lavanderia di Chicago prima di intraprendere per caso la strada del giornalismo. Al Pentagon beat per l’Associated Press, cominciò a vagare nei corridoi durante i briefing ufficiali, coltivando relazioni informali con gli ufficiali. È così che intercettò la prima traccia del massacro di My Lai.

La sequenza, che mostra Hersh copiare al volo un documento lasciato su una scrivania, ha il ritmo di un thriller, ma rivela soprattutto la tenacia di un uomo che non si arrendeva di fronte agli ostacoli. Il talento di Hersh è quello del segugio: pazienza, capacità di fiutare la pista giusta e di non lasciarla più, oltre a un costante lavoro di relazioni.

Tuttavia, Poitras e Obenhaus non nascondono le contraddizioni del loro protagonista. Hersh non è un santino, e infatti fanno “rumore” le sue posizioni discutibili su Assad, quando minimizzò le responsabilità del dittatore siriano nell’uso di armi chimiche. Il film mostra un uomo spigoloso, diffidente, spesso ostile persino con i registi: quando Poitras gli chiede di parlare delle sue fonti, lui reagisce come se avesse toccato un nervo scoperto, ribadendo che il rispetto della confidenzialità è questione di vita o di morte.
Proprio in questi momenti di tensione Cover-Up si fa più interessante: emerge la personalità di un giornalista che vive il mestiere come missione etica, ma che al tempo stesso resta vulnerabile alle proprie convinzioni e ai propri errori.

L’epoca d’oro del giornalismo investigativo

Il documentario restituisce con forza l’atmosfera degli anni Settanta, quando Hersh, Woodward e Bernstein trasformarono il giornalismo americano in un’arma di controllo democratico. L’inchiesta sui “Family Jewels” della CIA, le rivelazioni sul Watergate, la documentazione della tortura ad Abu Ghraib: ogni volta Hersh ha smontato la narrazione ufficiale, mostrando come la verità non sia mai data per scontata ma vada conquistata, passo dopo passo.
Rivedere oggi quelle imprese significa anche comprendere quanto sia cambiato il rapporto tra media e potere. Come sottolinea Hersh stesso, il giornalismo contemporaneo è spesso “troppo accomodante”: invece di scavare, preferisce mantenere l’accesso privilegiato alle istituzioni. La lezione di Cover-Up è che senza giornalisti disposti a rischiare tutto, le verità scomode resteranno sepolte.

Il pregio maggiore del film sta nel suo valore contemporaneo. Non è un documentario storico, ma un intervento politico sul presente. In un’epoca in cui, ad esempio, la richiesta di trasparenza sul caso Epstein si riduce allo slogan “Release the files!”, Hersh ci ricorda che i file non verranno mai pubblicati spontaneamente: serve un giornalismo che scovi ciò che il potere non vuole rendere pubblico.

Dopo il Leone d’Oro del 2022, Laura Poitras conferma la sua capacità di intrecciare la memoria del passato con le urgenze del presente. In Cover-Up, insieme a Mark Obenhaus, costruisce un ritratto che è insieme biografia, lezione di giornalismo e invito all’azione.

La riflessione finale di Cover-Up è amara ma necessaria: l’insabbiamento non è un’eccezione, è la regola. La democrazia ha bisogno di reporter che rompano questa regola. In assenza di un Hersh, di un Woodward o di una Poitras, la verità rischia di restare invisibile.

Cover-Up
3.5

Sommario

La riflessione finale di Cover-Up è amara ma necessaria: l’insabbiamento non è un’eccezione, è la regola. La democrazia ha bisogno di reporter che rompano questa regola. In assenza di un Hersh, di un Woodward o di una Poitras, la verità rischia di restare invisibile.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice di Cinefilos.it, lavora come direttore della testata da quando è stata fondata, nel 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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