Cry Macho recensione

Arriva in sala, in Italia, il 2 dicembre Cry Macho, l’ultimo film diretto e interpretato da Clint Eastwood. Idolo e icona di Hollywood, Eastwood non si è mai allineato con i dettami estetici o narrativi del cinema contemporaneo, e a più di novant’anni sarebbe ovviamente insensato aspettarselo. La sua poetica continua a essere quella di chi vuole prendersi il tempo necessario per raccontare storie, sviluppare personaggi e atmosfere a lui congeniali. Il suo stile si conferma quello di un regista intento a privilegiare ciò che accade di fronte alla macchina da presa. A conti fatti, Eastwood può essere considerato, e con pieno merito, l’ultimo grande autore “classico” di Hollywood. 

 
 

Cry Macho, un’occasione mancata

Perché tale visione di cinema risulti efficace il testo di partenza diventa un fattore determinante, uno script in grado di sorreggere se non addirittura favorire una visione così personale si fa parte fondante del processo. Quando Eastwood ha lavorato su sceneggiature di livello ne sono usciti capolavori come Gli spietati o Mystic River, oppure più recentemente opere di indubbia efficacia come Gran Torino o Sully.

In altri casi invece la mancanza di una base narrativa ben strutturata ha portato a occasioni mancate, e purtroppo il suo ultimo Cry Macho appartiene a questa seconda categoria. Fin dall’inizio del film possiamo percepire infatti che la riproposizione della figura di cowboy piegato da un passato di errori e debolezze, il quale però trova ancora la forza per un’ultima cavalcata in grado di redimerlo, risulta emotivamente fiacca: il Mike Milo interpretato dall’attore/regista non possiede neppure lontanamente lo spessore o il pathos di molti ruoli leggendari del passato, né la caustica ironia che invece caratterizzava il suo precedente Earl Stone, protagonista del sorprendente Il corriere – The Mule.

Il protagonista non ha peso drammatico

In Cry Macho ci troviamo di fronte a un personaggio di cui non sentiamo veramente il peso drammatico, che non penetra in profondità nel cuore dello spettatore. Eastwood sembra fidarsi fin troppo di questo “tipo fisso” e ne mette in scena una versione onestamente appannata, certamente non assecondato da un incipit che setta la vicenda principale in maniera macchinosa e piuttosto poco credibile.

Cry Macho - Ritorno a casa film 2021
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Date tali premesse sarebbe stato a dir poco complesso per chiunque risollevare le sorti del lungometraggio, e l’autore non pare preoccuparsi troppo di farlo tirando dritto con la sua idea di cinema. Ecco dunque che Cry Macho, pur rimanendo coerente con l’idea di Eastwood, si sviluppa secondo tali direttive con una piattezza estetica e soprattutto narrativa impossibili da ignorare. Lo script scritto decenni fa da N. Richard Nash e rispolverato da Nick Schenk – che per Clint aveva già sceneggiato Gran Torino e Il corriere – propone un susseguirsi di situazioni e figure che sconfinano fin troppo spesso nello stereotipo, soprattutto quando l’azione si sposta oltre il confine col Messico.

Quando poi parallelamente alla vicenda principale, che vede Milo dover “salvare” il teenager figlio del suo ex-datore di lavoro, inizia a svilupparsi anche la sottotrama romantica legata al personaggio dell’avvenente vedova Marta, Cry Macho di spacca definitivamente in due perdendo quel poco di identità drammatica su cui era stato all’inizio basato. Il risultato è un lungometraggio sfortunatamente blando, la cui messa in scena si fa progressivamente sempre più polverosa. 

Un macho fuori tempo (massimo)

Il dubbio che la visione di Cry Macho insinua è che se Clint Eastwood avesse realizzato questo lungometraggio anche soltanto dieci anni fa, la sua presenza scenica unica avrebbe molto probabilmente mascherato almeno in parte le lacune presenti nella storia. Ma il tempo passa inesorabile per tutti, e l’Eastwood di oggi non è quello di Million Dollar Baby o Gran Torino, tanto per tornare ad alcune delle sue interpretazioni più recenti e carismatiche.

La lucidità con cui si era cucito addosso quei ruoli per lui perfetti è proprio quello che sembra mancare a Cry Macho. Un errore di valutazione che comunque non intacca minimamente la grandezza di una leggenda vivente del cinema contemporaneo.