A Dangerous Method recensione

A Dangerous Method – Ogni opera di David Cronenberg è stata sempre difficile da decifrare, faticosamente collocabile all’interno di un qualsiasi tentativo di segmentazione proposto dalla odierna divisione in genere, che per certi versi con autori come il regista canadese può senz’altro aiutare nel comporre il puzzle concepito dalla sua mente, ma il più delle volte finisce per rappresentare un mero tentativo di semplificazione di fronte alla complicatissima e sfaccetta poetica cronenberghiana.

 

Il suo ultimo lavoro A Dangerous Method sorprende molto. A prima vista si presenta come un prezioso nuovo contributo a temi molto cari al regista come la malattia, la deviazione patologica e  la degenerazione del corpo dell’individuo protagonista delle sue storie; il che ben collima con l’acceso dibattito scientifico fra il patriarca della psicoanalisi Freud e il giovane brillante Jung, che non ha raccolto l’eredità lasciatagli dal predecessore. Ma passata una prima parte interessante, la pellicola si dimostra incapace di apportare un ulteriore contributo alla filmografia dell’autore peccando in un’ingenua e troppo scontata fedeltà al testo di riferimento, il libro di John Kerr Un metodo molto pericoloso.

Tutto ciò relega A Dangerous Method ad una semplice trasposizione cinematografica priva di quegli spunti geniali che hanno permesso a David  Cronemberg di affermarsi e di essere apprezzato. Il film  privo della sua natura cronenberghiana sconfina in inusuali registri melodrammatici che sorprenderanno i fan del regista e entusiasmeranno i suoi detrattori. L’unico punto che lega il film alla vena d’autore è il concetto di metamorfosi, che qui è senz’altro ripreso ma che diventa quasi un gioco fra i due amanti, più una maschera intercambiabile che un effettivo cambiamento.

In tutto questo rimane ingabbiato anche il talentuoso cast del film composto da una brava Keira Knightley che forse pecca per un’eccessiva esasperazione dell’interpretazione e da un ormai onnipresente Michael Fassbender. Su tutti Viggo Mortensen, nel ruolo di Freud che seppure ammirevole, diventa un personaggio patinato da romanzo ottocentesco.