Dolor y Gloria

Ha conquistato il cuore della stampa (e del pubblico, visto che è in sala in Italia dal 17 maggio) Dolor y Gloria, il nuovo film di Pedro Almodovar che torna a lavorare con Antonio Banderas e Penelope Cruz e realizza uno dei migliori film della sua carriera.

Dalla trasgressione dei primi film, fino al tono meditabondo delle pellicole della sua produzione più recente, il regista non ha mai rinunciato a raccontare la grande vitalità dell’essere umano, anche di quello più sofferente, derelitto e solitario.

Almodovar ha sempre riversato la sua vita nei suoi film, tanto che è sempre molto difficile capire dove sta il confine tra l’autobiografismo e la finzione, tra ciò che appartiene alla sua storia personale e ciò che invece è stato inventato per l’occasione. E man mano che passa il tempo, la sua produzione si fa sempre più insistente riflessione sul suo passato, sulla sua crescita, la sua infanzia e ovviamente sulle donen della sua vita, in aprticolare sulla figura materna.

Biografia, vitalità, ricordo e dolore sono i fili che si intrecciano in Dolor y Gloria, in cui Almodovar racconta la storia di Salvador Mallo, un regista che, arrivato ai 60 anni, ha smesso di realizzare film, pur continuando ad avere una fortissima pulsione verso il racconto e una grande esigenza di scrivere. Salvador affronta una serie di ricongiungimenti, sia fisici sia solo nel suo ricordo: la sua infanzia negli anni ‘60 quando emigrò con i suoi genitori a Paterna; il primo desiderio; il suo primo amore da adulto nella Madrid degli anni ‘80; la scrittura come unica terapia per dimenticare l’indimenticabile; la precoce scoperta del cinema ed il senso del vuoto causato dall’impossibilità di continuare a girare film.

Come molti altri film di Almodovar, ma in maniera più intima e dolorosa, il film racconta della creazione artistica e della difficoltà di separare la stessa dalla propria vita personale, ma anzi continuando a nutrire l’una con l’altra e viceversa. Per Salvador, la gloria è quella passata che lui però sembra non rimpiangere affatto ma sembra soltanto ricordare con nostalgia, il dolore invece è quello fisico e spirituale, il corpo che cede, la mente che soccombe, le emicranee e il bisogno di buio e silenzio.

È difficile distinguere la realtà dalla finzione, in una storia che interseca passato e presente, dentro e fuori, voglia di dimenticare e di ricordare, e un soffuso costante e struggente senso di malinconia che sbatte contro i colori vivaci della scenografia, dell’abbigliamento, della messa in scena almodovariana che, di nuovo, non può evitare di mostrarsi anche incredibilmetne sensuale e vitale, anche di fronte alla depressione e alla sofferenza più nera.

Sembra chiaro però che Salvador Mallo è in qualche modo il risultato dell’unione di Almodovar stesso e di Antonio Banderas, che scompare completamente nel personaggio, consegnando la sua migliore interpretazione in carriera, per alcuni rivelandosi per altri confermandosi un interprete intenso e delicato, che con questo ruolo è riuscito a rimettersi completamente in gioco e a dare una nuova vita alla sua carriera.

All’ottavo film con Pedro, Antonio ha trovato il modo di mettere da parte la sua fisicità da latin lover e di mettere a nudo un aspetto intimo e profondo che fino ad ora non gli era stato possibile mostrare, complice l’età o forse le esperienze personali (è sopravvissuto a un infarto nel 2017).

Servendosi della ritrovata musa, Almodovar riscrive la sua storia, ripercorrendola e affidando a Penelope Cruz, sempre a suo agio davanti alla macchina da presa del suo amico e regista, il ruolo dell’amata madre. Dolor y Gloria è l’accettazione dei dolori del presente, un ritratto di uomo e di artista, in cui il cinema è la cura e la malattia insieme, con il cuore sempre al passato senza però soccombere alla malinconia.