Se c’è una cosa che il cinema sa fare da sempre è essere uno specchio in cui riflettersi per poterne trarre giovamento. Che si tratti di un film con attori in carne e ossa o di un’opera d’animazione, affrontare temi delicati è sempre stato un modo per aiutare chi guarda a sentirsi meno solo, o semplicemente a comprendere qualcosa di più di sé. È esattamente ciò che hanno cercato di fare Yôko Kuno e Nobuhiro Yamashita alla regia, insieme allo sceneggiatore Shinji Imaoka, con Ghost Cat Anzu, nuovo anime prodotto dallo studio giapponese Shin-Ei Animation.
Il tema centrale è l’elaborazione del lutto, che qui diventa una riflessione più ampia su come gestire l’assenza di chi amiamo: un’assenza che può farci perdere la strada se ci impantaniamo nel suo ricordo, oppure restituirci una forma di pace se impariamo a conviverci senza tradirne la memoria. Dopo aver avuto una buona accoglienza e aver attraversato il Festival di Cannes e Annecy, Ghost Cat Anzu arriva nelle sale come evento il 9, 10 e 11 marzo.
Ghost Cat Anzu, la trama
La piccola Karin ha un grande dolore che le pesa sul cuore: la perdita della madre. A darle conforto dovrebbe esserci il padre, che però decide di lasciarla per un periodo dal nonno, monaco di un tempio buddhista in una cittadina di campagna vicino a Tokyo, per tentare di rimettere in ordine alcune questioni lasciate in sospeso con i suoi creditori. Karin lo lascia andare con una promessa: che torni per l’anniversario della morte della madre. Promessa che il padre infrange, lasciando la ragazzina sola nella sua sofferenza. A doversi prendere cura di lei è Anzu, un gatto fuori dal comune che vive proprio con suo nonno: si regge su due zampe come un umano, è irriverente e ama i piccoli vizi quotidiani, come il gioco d’azzardo. Ma Anzu non è un gatto qualsiasi: è un bakeneko, una creatura del folklore giapponese che nasce quando un felino vive abbastanza a lungo da trasformarsi in uno spirito dotato di poteri soprannaturali. Anzu si trova così a fare i conti con Karin, con lui inizialmente scontrosa, che ha come unico obiettivo quello di tornare a Tokyo per visitare la tomba della madre. Quando decide di accompagnarla, però, il viaggio prende una piega inaspettata: i due finiscono nell’oltretomba, dando inizio a un’avventura destinata a cambiare la vita di entrambi.
Dal lutto alla consapevolezza: un viaggio verso la vita
Costruire un racconto — soprattutto d’animazione — che cerchi di comprendere cosa accade nella nostra mente quando perdiamo qualcuno non è affatto semplice. Ancora di più se, a un tema così delicato, si affianca come contrappunto un personaggio scanzonato, leggero e irriverente come Anzu. Dinanzi a Karin, malinconica, spesso triste e disincantata, il gatto fantasma sembrerebbe quasi stridere, perché in apparenza poco contribuisce alla crescita della ragazzina. Ma è proprio in quella faglia che si crea tra loro — destinata inizialmente allo scontro — che prende forma il senso più profondo del film. Se in un primo momento Anzu sembra non comprendere Karin e il suo ostinato desiderio di tornare a Tokyo, capiamo solo alla fine, dopo la sua discesa nel mondo dei morti, quanto lui rappresenti ciò che lei stessa deve imparare a fare: vivere per sé e non restare prigioniera del passato, di quando la madre era ancora in vita.
Anzu diventa così una sorta di Virgilio burlone che la accompagna nel suo coming of age, diventando guida imprevedibile ma necessaria. È lui la chiave per aprire quella porta che Karin ancora teme di varcare: vivere la propria età, la spensieratezza e il bello della vita, celebrando la madre senza spegnersi insieme al suo ricordo. L’ironia di Anzu accarezza la fragilità di Karin, ferita da un lutto insopportabile, e diventa il baricentro emotivo da cui ripartire per poter finalmente pronunciare quell’addio tanto temuto, che in fondo suona più come un arrivederci.
Un film in dialogo con tutti
Tra realtà e fantasia, Ghost Cat Anzu permette allo spettatore di imbarcarsi in un viaggio quasi catartico, al pari dei protagonisti che lo stanno affrontando. Merito soprattutto di una resa visiva particolarmente ficcante, capace di restituire paesaggi e atmosfere morbide, quasi carezzevoli, che accompagnano con delicatezza la storia e il percorso interiore della sua protagonista. I fondali pittorici, tipici degli anime, sono ben caratterizzati: i colori, che sembrano stesi come acquerelli, riflettono sin da subito lo stato d’animo che Karin raggiungerà solo alla fine, ossia quello di una serenità riconquistata.
Anche il character design, costruito attorno alla tecnica del rotoscopio — in cui le scene vengono prima girate in live action e successivamente rielaborate in animazione — risulta ben definito e piacevole da osservare nei suoi tratti essenziali. Nella sua complessità, dunque, Ghost Cat Anzu si configura come un film di buona fattura che, nella sua apparente semplicità — mai però superficiale — riesce a parlare a pubblici diversi. Bambini e adulti possono attraversarlo seguendo livelli di lettura differenti: un racconto che si apre a più interpretazioni e che, a seconda dell’età e dell’esperienza di chi guarda, permette di cogliere sfumature diverse.
Ghost Cat Anzu
Sommario
Ghost Cat Anzu si configura come un film di buona fattura che, nella sua apparente semplicità — mai però superficiale — riesce a parlare a pubblici diversi. Bambini e adulti possono attraversarlo seguendo livelli di lettura differenti: un racconto che si apre a più interpretazioni e che, a seconda dell’età e dell’esperienza di chi guarda, permette di cogliere sfumature diverse.


Un film in dialogo con tutti