L’America del Sud continua a configurarsi come un territorio innovativo e sperimentale, anche quando fa solo da sfondo alle idee immaginifiche di un regista olandese come Gust Van Den Barghe e alla sua particolare rilettura della cosmogonia dantesca.
Lucifer, come
suggerisce già il titolo, vede muoversi sulla scena un Lucifero
caduto sulla terra durante il tragitto dal Paradiso all’Inferno,un essere a metà strada tra la condizione di
angelo caduto e quella di signore delle tenebre: è l’unico essere
vivente in grado di comprendere il confine tra il bene e il male,
avendo totale consapevolezza. nel suo errare vagabondo, si ritrova
in Messico, nello sperduto paesino di Parìcutin, dove il tempo
sembra essersi fermato e le stagioni sono immutabili ed
impermeabili al progresso. Qui conosce Lupita e sua nipote Maria,
due donne povere che vivono pascolando le pecore in una baracca
insieme al fratello di Lupita Emanuel, che si finge gravemente
invalido dopo un incidente sul lavoro, ma solo per potersi dedicare
al gioco d’azzardo e all’alcol. Lucifero vede in tutto questo
un’opportunità e si presenta come un guaritore: prima costringe
Emanuel a camminare di nuovo, poi seduce Maria- abbandonandola
incinta- e infine fa vacillare la fede incrollabile di Lupita. Ma
il suo intento non è quello di sconvolgere le tre vite senza una
ragione: involontariamente ha solo illuminato il confine tra bene e
male lì dove non era mai esistito.
Film pregevole e ricco di spunti di riflessione filosofici, letterari e religiosi, restituisce la stessa sensazione visiva di un incontro tra un quadro fiammingo di Bosch e le atmosfere dei ritratti di Frida Kahlo: il paesaggio vulcanico, suggestivo e fuori dal tempo, del villaggio messicano viene immortalato e circoscritto nella bellezza dell’inquadratura “tonda”, un formato circolare che Van Den Barghe ha deciso- coraggiosamente- di adottare perché, a parer suo, lo spazio ultramondano è circoscritto e vede il Paradiso al suo centro. però, nonostante dei presupposti di partenza interessanti, Lucifer rimane vittima proprio dei suoi punti di forza, trasformandosi in una pellicola ermetica per intellettuali ed appassionati: il formato circolare dopo 110′ stanca lo sguardo dello spettatore, la fotografia che in alcuni momenti rasenta la bellezza visiva e visionaria di un’opera fiamminga è suggestiva ma controbilanciata da un messaggio sotteso troppo criptico da decifrare dopo una semplice visione. Si presenta, insomma, come un film pretenzioso ben lontano dai felici esiti visivi del Faust di A. Sokurov, ad esempio.
