Il mio angolo di Paradiso

La regista, Nicole Kassell, famosa per aver diretto il pluripremiato The Woodsman nel 2004, prima delle riprese di Il mio angolo di paradiso, aveva già le idee molto chiare sul fatto che “il film avrebbe dovuto far piangere e ridere allo stesso tempo” e tutti i personaggi sono ben caratterizzati per far sì che questo effetto contraddittorio funzioni. Sarah (Lucy Punch), l’amica d’infanzia, riesce sempre a mantenere un tono scanzonato anche davanti alla difficoltà delle situazioni, Peter (Romany Malco), il vicino di casa, dosa allegria e tristezza, mentre Renée (Rosemarie DeWitt), l’amica che soffre fin dall’inizio, è l’anima drammatica del film.

 

La storia de Il mio angolo di Paradiso scritta dalla sceneggiatrice Gren Wells, inizia con la presentazione di Marley Corbett (Kate Hudson), una giovane donna in carriera che vive la sua vita con il sorriso sulle labbra, spegne i cattivi pensieri con abbondanti dosi di humor ed è profondamente convinta dell’inutilità di una relazione sentimentale seria. Circondata da amici adorabili/adoranti, dal suo fedele bulldog e da uomini-oggetto, riesce ad avvicinarsi all’amore solo quando il dottor Julian Goldstein (Gael García Bernal) le diagnostica un cancro. Il medico, infatti, lungi da essere solo il messaggero di ingrate notizie, sarà proprio colui che farà vivere a Marley l’esperienza di una vera relazione.

Il mio angolo di Paradiso, il film

Nonostante l’idea non sia male, l’obiettivo della regista -far ridere e piangere contemporaneamente- è un po’ pretenzioso: battute scialbe e poco incisive sono intervallate da scene strappalacrime, ma così come le prime non hanno la forza di scatenare la risata, le seconde suscitano più noia che tristezza.

Una storia, quella d’amore pre-morte, che ricorda la trama del recente “L’amore che resta” di Gus Van Sant. Tutto ciò che però quest’ultimo risparmia allo spettatore -il piagnisteo continuo, la banalità della rappresentazione della morte al cinema- viene mostrato a profusione nel film della Kassell che, nel complesso, tocca picchi di banalità e melodramma tali da far scorrere sul viso dello spettatore lacrime di “disperazione” piuttosto che di “commozione”.