il primo re recensione

L’esigenza di raccontarsi e di darsi un’origine “alta” è alla base di qualsiasi civiltà, un principio che spinge l’uomo alla ricerca della propria origine storica e spirituale. Da questa esigenza sono nati i testi sacri delle grandi religioni monoteiste, sono nati i poemi epici, ma è nata anche la mitologia relativa a prima che la scrittura esistesse, i miti di fondazione delle civiltà.

La leggenda di Romolo e Remo, la loro nascita divina, la lupa, i re Amulio e Numitore, fanno parte del mito fondativo di Roma, il più grande impero della storia occidentale. A questo mito, Matteo Rovere fa appello quando presenta, sul grande schermo a partire dal 31 gennaio 2019, Il Primo Re, il film che segue il suo successo con Veloce come il vento.

La premessa di Rovere è chiara dall’inizio: il regista e sceneggiatore prende gli elementi concreti del mito, i due fratelli gemelli, le tribù del basso Lazio, il Tevere che esonda, e li cala nella fangosa realtà di quei luoghi, selvaggi eppure bellissimi, seguendo un realismo filologico, a partire dalla messa in scena, passando per i look dei protagonisti, fino al linguaggio, una forma di proto-latino studiato appositamente per il film.

Rovere riesce a dare concretezza alla sua visione con una messa in scena meticolosa, poderosa, che cala lo spettatore in un mondo perduto, alle porte delle nostre città contemporanee, in cui la natura stessa con le sue insidie si fa personaggio. Quello che il regista sembra però non riuscire a padroneggiare a sufficienza è il ritmo action che il film assume nei momenti salienti del racconto. Le battaglie sembrano sfuggirgli di mano, tanto che il suo occhio, concentrato sui mezzi a disposizione e sulle location incredibili, sembra distrarsi dai momenti cardine degli scontri, soprattutto nel finale.

I protagonisti di questo racconto sono i gemelli della leggenda, Romolo e Remo (Alessio Lapice e Alessandro Borghi), che per l’occasione sono due pastori, travolti dalla piena del Tevere e catturati dai guerrieri di Alba. Il loro coraggio e la loro intesa riuscirà a renderli di nuovo liberi, insieme a un piccolo gruppo di uomini: reietti, forse criminali, umanità sola e male assortita che seguirà i due verso il fiume, in cerca di salvezza. Con loro, per volere del pio Romolo, ci sarà anche la vestale custode del fuoco/Dio.

I due fratelli rappresentano due modi diversi di concepire l’esistenza e diventano quasi il simbolo di due umanità differenti. Da una parte c’è l’autodeterminazione, il “farsi Dio” di Remo, che si incorona re e si autoproclama guida degli uomini. Di contro, Romolo è un pius, devoto al Dio; lui si fa portatore dei valori su cui si fonda la tradizione romana antica, alla sua origine, e da subito sembra un perfetto erede di quell’antico, immaginario antenato, l’Enea virgiliano, primo eroe pius. Anche lui “coronerà” il suo percorso e la sua eroica impresa immergendo la lama dentro al costato di un uomo, facendo germogliare nel sangue il seme di un nuovo impero.

Il legame di sangue dei due fratelli sembra più forte di qualsiasi cosa, persino della natura, che è il primo nemico che i due si trovano a fronteggiare. Lo sforzo epico di Romolo e Remo sta tutto nell’ostinazione di entrambi di riuscire a sopravvivere e a trovare un posto da chiamare casa. Contro la natura, contro gli uomini e infine l’uno contro l’altro, la loro storia li porterà a confrontarsi con il mondo in base alla loro diversa concezione della vita e della divinità. Remo proverà a difendere il legame di sangue, peccando di ybris, andando contro la volontà di un Dio in cui non crede più, Romolo invece si allineerà al volere degli dei, si farà lui stesso servitore del Dio, verrà ricompensato con la vittoria e la gloria, ma lo farà al prezzo del sangue del fratello.

L’aspetto mistico e rituale si scontra con l’aspetto moderno dell’autodeterminazione, in questo, il racconto di Romolo e Remo che ci offre il regista è davvero inedito, rivoluzionario e mostra una volontà di andatre oltre il racconto stesso. Se non fosse che Rovere rinuncia proprio a quella rivoluzione, trasformando Remo in un villain fuori di testa e la sua autoproclamazione a Dio e re in una follia.

Rovere (come il mito) fa trionfare Romolo, promuovendo dunque come vincenti i valori tradizionali su cui si è fondata la prima versione della città di Roma. Un epilogo già noto, eppure esposto con dei termini che, nel clima politico e sociale in cui il film arriva al cinema, sembrano estremamente disturbanti. Nel suo finale, Il Primo Re appare violentemente schierato, così come il dilagare vermiglio dei confini dell’Impero Romano nel corso dei secoli, sui titoli di coda. E non sappiamo quanto questa scelta sia consapevole.

Il Primo Re, il trailer