La sedia della felicità

Nell’ultima opera che Carlo Mazzacurati lascia, La sedia della felicità ha voluto con sé Valerio Mastandrea – sempre più padrone di un ormai supercollaudato personaggio dimesso e ironico – e una grintosa Isabella Ragonese, assieme a Giuseppe Battiston (padre Weiner), eroi involontari di una vicenda tragicomica. Ma anche gli attori diretti negli anni cui era più legato: Katia Ricciarelli, Milena Vukotic, Antonio Albanese, Roberto Citran, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando. Si  sono divertiti, lui e loro, con ruoli improbabili, spingendo sul registro comico-grottesco – caratterizzazioni godibilissime, alcune superbe, che fanno perdonare anche eccessi come Citran pescivendolo e Marzocca indiano.

 
 

In La sedia della felicità Dino (Valerio Mastandrea) e Bruna (Isabella Ragonese) lavorano uno di fronte all’altra, tra mille difficoltà. L’occasione della loro vita è un tesoro nascosto in una sedia. Per trovarlo andranno incontro a rocambolesche avventure in compagnia di un bislacco prete e tanti animali.

La sedia della felicità, il film

Con gli sceneggiatori Pettenello e Leondeff, il regista ha giocato coi riferimenti al suo cinema e non solo, in questa pellicola dall’ironia travolgente e scanzonata, ma con un’àncora alla realtà. Rispetto ai precedenti La lingua del santo e La passione, questo lavoro è sintesi ed evoluzione: se il primo non era ancora così francamente comico e grottesco, ma conservava un’anima più cupa, mentre il secondo lo era forse troppo e qualcosa sfuggiva al controllo del regista, qui sorprende la disinvoltura  con cui Mazzacurati tiene le redini di tutta la materia che inserisce e fa girare con ritmo incalzante. Fa funzionare il meccanismo della sospensione volontaria dell’incredulità nelle parti più grottesche o fiabesche – con riferimenti alle storie per bambini e al mondo dei cartoon – catturando anche chi preferirebbe un maggior bilanciamento fra comico-grottesco e visione più oscura e facendosi perdonare perfino un orso un po’ troppo umano.

A controbilanciare, l’altra faccia di La sedia della felicità, l’Italia che conosciamo: si parla di Chiesa, dell’uomo e delle sue debolezze, delle difficoltà economiche di chi lavora, di certa indolenza nostrana, dell’arrabattarsi o vivere di piccole furfanterie, di immigrazione e integrazione. Un paese sbandato, ma vivo e che non ha perso la speranza.  Un viaggio inaspettato, esilarante, in alcuni momenti geniale, sulle miserie di un paese che resta nella sua disarmante verità. Al contempo, un invito alla leggerezza, a recuperare uno spirito fanciullesco, non ingenuo ma semplice, per guardare la vita da un’altra prospettiva, scoprire strade ancora da percorrere e possibilità da sfruttare. Ché accettare l’ineluttabilità di certi eventi – come la morte, su cui pure la riflessione è lieve: nel film si muore “simpaticamente”, come avrebbe  detto Giorgio Gaber, o magari si usufruisce di una seconda vita – non significa avallare sterili immobilismi, ma poter cambiare, invece, ciò che è modificabile.