Si potrebbero recriminare tante cose al film di debutto alla regia di Ryan Gosling. E’ certamente vero che la trama, dalle svariate sfaccettature tra horror e gothic, contiene diverse fragilità, ed è anche vero che moltissime scene del film sono costruite attraverso uno spietato citazionismo, che spesso va un po’ oltre l’innocente omaggio cinematografico. E’ poi indubbiamente vero che la scelta di una fotografia dai toni estremi, tra luci al neon e case in fiamme, sposti di frequente l’attenzione dalle debolezze strutturali del film. Se però si considera il lavoro complessivo, frutto di un debuttante dietro la macchina da presa, si deve riconoscere un prodotto suggestivo, coraggioso e fondamentalmente sperimentale.

 
 

Certo la sperimentazione per Gosling è molto vittima dei suoi modelli, in primo luogo Lynch, che pervade tutta l’atmosfera del film; poi riconosciamo una buona dose, soprattutto nell’uso della camera e delle luci, di N.W. Refn, il regista che ha “adottato” il giovane attore canadese nei suoi ultimi film, e infine una serie di altre influenze piuttosto evidenti che vanno da Malick a Cianfrance (tutti questi, fatta eccezione per Lynch, sono ringraziati nei titoli di coda).

Ma per quanto il regista non trovi del tutto uno stile personale risulta ugualmente ambizioso, potente, soprattutto da un punto di vista estetico, che non manca di momenti di genialità.

La vicenda è piuttosto confusa, una serie di personaggi fondamentalmente assurdi abitano la cittadina di Lost River, una piccola provincia abbandonata da quasi tutti gli abitanti. L’atmosfera ricorda vagamente la desolazione di Beast of Southern Wild di Ben Zeitlin (2012), con paesaggi urban-indie e tanti murales. I personaggi si muovono in un nonsense che spesso non porta da nessuna parte, tra allucinanti feticismi e grotteschi cattivi in stile Blue Velvet. Tutto questo ci suggerisce che forse la trama non è del tutto fondamentale nella sua integrità e che piuttosto il film è fondato tutto sull’atmosfera.

Ancora molto grezzo stilisticamente, Gosling dimostra però di avere un certo talento. Ha tutte le carte in regola per entusiasmare anche nei panni di regista, ma soltanto se saprà fare i conti con la ricerca di un linguaggio più personale e meno ambizioso.

Lost River recensione

di Enrico Baraldi