Men in Black: International recensione

Nel 2012 arrivò al cinema, tra mille perplessità da parte dei fan amanti del dittico originale, MIB 3 e adesso, a partire dal 25 luglio, arriva in sala Men in Black: International, il quarto capitolo del franchise che, nelle intenzioni dei produttori, sembra voler espandere quanto già raccontato con i primi film con protagonista Will Smith.

Diretto da F. Gary Gray, il film ricalca la formula del primo capitolo con Tessa Thompson che diventa la nuova recluta, l’agente M, e viene messa in squadra, un po’ per caso, un po’ per predestinazione, con il super agente H, Chris Hemsworth, vero e proprio eroe tra le fila degli uomini in nero. Il film si pone in continuità con i primi tre, raccontando il futuro dell’agenzia e introducendo, ovviamente, l’elemento di girl power che giustamente è così di moda in questo periodo a Hollywood, costruendo tutto il cuore del racconto intorno a M.

Proprio nella sua tendenza a rimanere al passo con i tempi, il film trova la sua peggiore pecca. L’agente M è troppo in tutto: troppo in gamba, troppo sicura, troppo capace, troppo sveglia, troppo sicura di sé. Il personaggio della Thompson non ha nulla che possa associarla ad una matricola e, automaticamente, nessuna possibilità di entrare in sintonia con lo spettatore. Tessa è bella e carismatica ma, rispetto a quello che dovrebbe essere il personaggio, lo è troppo.

La scelta di rendere così capace l’agente donna di colore è politicamente comprensibile, ma mina alla base quella che poteva essere la credibilità di un film già accolto con scetticismo, come tutti quelli che, negli ultimi anni, si propongono di rivitalizzare franchise vecchi.

Quello che ha divertito ed ha funzionato nel primo film, di cui questo è una copia maldestra, era proprio Smith, il suo essere impreparato eppure coraggioso, il suo mettersi in gioco in un mondo che non capisce, data la scoperta che gli alieni vivono in mezzo a noi. Tutta la parte prettamente fantastica e legata alla trama sci-fi è appiattita, anche senza dover per forza sottolineare la banalità della trama. Viene completamente accantonato il senso di meraviglia che avevamo vissuto attraverso gli occhi dell’agente J.

L’impressione generale è che Men in Black: International voglia espandere l’universo dei film, letteralmente, da un punto di vista geografico, perdendo però le coordinate dei personaggi. Oltretutto, scegliere Chris Hemsworth per un action dai toni divertenti e muscolari e non sfruttare la sua verve comica è un vero spreco di talento.

Men in Black: International, il trailer