Resident Evil the Final Chapter

Arriva nei cinema italiani il prossimo 16 febbraio, l’ultimo capitolo della saga videoludica/cinematografica con Resident Evil the Final Chapter.

Visti il titolo e soprattutto le intenzioni della produzione, sembra che siamo davvero arrivati al capitolo finale di questo franchising basato sul videogioco della Capcom. Il film esce, strategicamente, a pochi giorni di distanza dal rilascio dell’ultimo game, Residen Evil 7 Biohazard.

Stessa regia, Paul W.S. Anderson, stessa protagonista: una Milla Jovovich che sembra non invecchiare mai, sempre più atletica e accattivante. Il film riprende le fila dell’ultimo capitolo uscito, Resident Evil Retribution (2012), e il tempo trascorso tra un film e l’altro è stato causato data la gravidanza della Jovovich, che personalmente annunciò che il film sarebbe stato rimandato perché era incinta.

I contenuti, purtroppo, scarseggiano. Arrivare al sesto capitolo di una saga renderebbe difficile a qualsiasi sceneggiatore il compito di reinventare una trama originale e credibile. Certo è che l’impegno, non ce ne vogliano gli aficionados del genere, è stato poco.

Resident Evil The Final Chapter si dimostra un’opera estremamente limitata

La storia ci riporta in quella Racoon City dove tutto era iniziato, dove Alice (Milla Jovovich) per arrivare finalmente alla verità circa il suo passato, e soprattutto per sconfiggere il Virus T, che ha trasformato la popolazione mondiale in zombie, dovrà scendere nuovamente nell’Alveare dell’Umbrella Corporation e sconfiggere definitivamente il suo nemico giurato, il Dottor Isaacs (Iain Glen). Al suo fianco ritroviamo una vecchia conoscenza, la rediviva Claire Redfield (Ali Larter), bad girl tostissima al pari della protagonista. New entry nel cast: la figlia del regista e della Jovovich, la piccola Ever Gabo Jovovich Anderson, che qui interpreta la Regina Rossa, e la cui scelta nel casting è appropriata non tanto per ragioni di “nepotismo” quanto di coerenza filmica.

Resident Evil the Final Chapter non ha sottotrame complesse, ma si limita a reiterare l’idea di base sulla quale si fondano i videogames e quindi i film: un virus ha decimato l’umanità e un’impavida eroina (immune al virus, inutile dirlo) tenta di salvarne i superstiti. Ciò purtroppo non basta a giustificare quasi due ore di film, la maggior parte delle quali composte da sparatorie dal volume assordante di bayana memoria.

E se il primo capitolo, quello risalente al 2002, aveva dato buona prova di sé per aderenza al videogioco e per peculiarità di genere, arrivati all’ultimo ci si trova davanti a un vuoto pneumatico di idee e coinvolgimento, che tedia lo spettatore disturbato – per altro – da un 3D affatto necessario.

Due gravissimi incidenti sul set, uno stuntman deceduto e un’altra gravemente mutilata, non hanno certo portato fortuna a un franchising cinematografico ormai arrivato al capolinea e che, di fronte alla mancanza di idee, si spera non generi ulteriori seguiti.