Sicario

Allo stesso modo la consapevolezza dello spettatore, che si trova a condividere lo stesso punto di vista della protagonista e a scoprire un mondo sommerso del quale si ignorano completamente le sfumature. Dopo Enemy e Prisoners, Denis Villeneuve torna sul grande schermo con Sicario, un’opera che strizza completamente l’occhio al cinema d’azione “di frontiera” pur alimentando un corposo sottotesto.

 

I cartelli della droga messicani, le numerose pallottole, l’onore e la vendetta non sono altro che un pretesto per dimostrare – grazie ad un finale amaro – quanto la speranza e la giustizia siano in realtà elementi astratti e inesistenti. Nel microcosmo di Taylor Sheridan, che ha scritto in solitario la sceneggiatura del film, non esistono vincitori ma solo perdenti. Chi scopre il marcio viene messo a tacere o sotterrato, chi ha sete di vendetta si disseta in realtà di vuoto, chi ha il dovere di coprire le nefandezze vive nella finzione; inoltre vi è una netta polemica con la politica americana e i suoi servizi segreti, accusati implicitamente di coprire i traffici illegali di stupefacenti e aumentare – anziché evitare o contenere – i morti lungo il confine.

Sicario

Kate Macy è una promettente agente dell’FBI, sicura di se e padrona del suo lavoro. Orgogliosa e fiera, fronteggia costantemente la morte in missioni speciali in territorio americano, finché viene “promossa” e inserita all’interno di un programma speciale della CIA. L’obiettivo? Le fondamenta di un gigantesco traffico di droga a cavallo del confine messicano. Abbiamo usato le virgolette attorno alla parola promossa perché dal momento in cui inizia il nuovo incarico, tutte le convinzioni di Kate, tutte le sue sicurezze crollano come un castello di carta.

Oltre i contenuti, è sul piano tecnico che Sicario mostra i suoi lati migliori: la regia è decisamente solida ed essenziale, capace di costruire costantemente una tensione palpabile e profonda, potenziata dalla fotografia d’autore di Roger Deakins che gioca con le sky cams, le visioni notturne, le camere termiche e i volti dei personaggi come un bambino in un mare di pallette colorate. Altro punto di forza le interpretazioni degli attori protagonisti: Josh Brolin è come sempre una sicurezza, capace di spaziare dalla più sagace ironia alla serietà più intransigente, mentre Emily Blunt sa come dosare e cambiare in corsa colori e convinzioni nonostante un personaggio abbastanza lineare.

La ciliegina è però Benicio del Toro, epico e statuario che si diverte a fare ciò che gli riesce meglio: il duro arrogante, deciso e vendicativo. Non è però tutto oro, Sicario soffre di un difetto forse fondamentale: parla un linguaggio già sentito mille e mille volte, appare infatti come un qualsiasi lavoro votato all’azione con i classici temi di genere come la droga e la vendetta, con pochissimi caratteri realmente distintivi. Un limite che potrebbe attirare molti appassionati ma annoiare e far storcere il naso ai più esigenti, speranzosi in un prodotto innovativo che invece – purtroppo – non c’è.