Soap Opera: recensione del film di Alessandro Genovesi

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Film d’apertura della nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, Soap Opera vede tornare alla regia Alessandro Genovesi dopo i successi di La Peggiore Settimana della Mia Vita e Il Peggior Natale della Vita, e lo fa raccontando una storia incrociata e corale: Protagonisti, gli strambi e surreali inquilini di un condominio di una imprecisata città italiana (anche se, in base ad alcuni dettagli, le tracce porterebbero ad una Roma molto cinematogrifica e patinata), come i due fratelli gemelli Gianni e Mario, proprietari dello stabile e dipendenti l’uno dall’altro- soprattutto l’ultimo, costretto sulla sedia a rotelle dopo che il fratello lo ha investito; c’è poi Francesco, single quarantenne ancora innamorato della sua ex Anna che, dopo pochi mesi, è già incinta di un altro; c’è il suo miglior amico Paolo, quasi papà che vive uno stato confusionale talmente forte da mettere in dubbio i suoi orientamenti sessuali e Alice, la vicina attricetta in una nota soap opera e con un debole per gli uomini in divisa. Le loro vite vengono sconvolte dall’improvviso suicidio del dirimpettaio di Francesco, Pietro, che mescolerà le carte delle loro esistenze proprio alla viglia di capodanno.

 

Il titolo del film sembra suggerire, in un primo momento, una lettura molto “fictional” dell’intera pellicola: merito pure delle scelte tecniche di Veronesi, con molti scavalcamenti irreali di campo e dei confini dell’inquadratura: lo spettatore medio si aspetta quasi che il film stesso sia un’enorme set a cielo aperto, una vera soap opera in corso. La delusione, profonda, si palesa quando realizziamo che quello che stiamo osservando- come voyeur curiosi- altro non è che la vita stessa, in una delle sue manifestazioni più improbabili, patinate e irreali.

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Si salvano i dialoghi e le battute brillanti grazie anche ad un cast di comici navigati pronti a sfoderare tutta la loro verve brillante per salvare un film altrimenti fiacco e banale. Piacevole sorpresa Ricky Memphis in un ruolo misurato, ironico, a tratti tenero e disarmante per la sua ingenuità.

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Ventiquattro anni, di cui una decina abbondanti passati a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Collabora felicemente con Cinefilos.it dal 2011, facendo ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.

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