Dopo il Leone d’Oro vinto a Venezia nel 2013 con Sacro GRA, Gianfranco Rosi torna al Lido per la sua nuova sfida cinematografica: Sotto le nuvole. Un documentario che si colloca pienamente nel solco del suo cinema d’osservazione e che, ancora una volta, parte da un luogo specifico per allargare lo sguardo fino a diventare affresco sociale e umano. Questa volta il regista si muove attorno al Vesuvio e all’area dei Campi Flegrei, una zona tanto fertile quanto pericolosa, da secoli croce e delizia di chi la abita.
Il titolo stesso, tratto da una celebre frase di Jean Cocteau — “Il Vesuvio fa tutte le nuvole del mondo” — è già una dichiarazione di poetica: tutto nasce da quella montagna nera e minacciosa, dalle sue fumarole, dai suoi silenzi che incombono. Ma Rosi non filma mai il vulcano frontalmente come monumento o cartolina: preferisce lasciarlo sullo sfondo, presenza costante e quasi mitica, che filtra nei racconti e nelle vite degli uomini e delle donne che vivono all’ombra della sua minaccia.
Un mosaico di storie quotidiane
Come già in Sacro GRA, anche Sotto le nuvole è costruito per episodi, per tasselli che si incastrano uno con l’altro senza mai perdere la centralità dello sguardo registico. La circolarità del viaggio è garantita dalla Circumvesuviana, la linea ferroviaria regionale che attraversa e collega i paesi intorno al Vesuvio: treno malandato e pittoresco, diventato famoso anche sui social, che qui assume il ruolo di vero e proprio filo rosso. È un percorso che unisce luoghi e persone, passato e presente, memoria e quotidianità.
Tra le storie più toccanti c’è quella dei vigili del fuoco, osservati nella loro centrale operativa: un luogo in cui arrivano telefonate buffe, come quella di un anziano che chiede ripetutamente l’ora, ma anche chiamate drammatiche legate a violenze domestiche o a piccoli disastri quotidiani. La macchina da presa di Rosi resta impassibile e rispettosa, ma cattura le sfumature di un mestiere che tiene insieme la comunità, pronto ad affrontare incendi, scosse di terremoto o persino il recupero di animali in difficoltà.
Altrettanto intensa è la sezione dedicata ai depositi e agli archivi del Museo Archeologico: qui, tra statue e reperti rimasti per decenni lontani dalla luce, la voce di una curatrice si trasforma in guida poetica e intima. Quelle opere antiche non sono solo pezzi da catalogare, ma presenze amiche, compagne di vita, frammenti di una storia che il territorio continua a custodire. È un modo di abitare il passato che dialoga con il presente.
Il maestro Titti e le
radici della comunità
Tra i personaggi che emergono nel documentario, impossibile non citare Titti, anziano insegnante che tiene doposcuola ai bambini del quartiere. Con disarmante semplicità e generosità, passa dal francese alla matematica, dalla letteratura alla storia, intrecciando nozioni scolastiche a pillole di saggezza personale. È uno di quei volti che incarnano la resistenza silenziosa di un territorio spesso raccontato solo per il male.
Rosi non costruisce mai enfasi attorno a queste figure. Non c’è voce narrante, non ci sono spiegazioni esterne. Sono le immagini, i silenzi, le pause e i dettagli a parlare. In questo senso, Sotto le nuvole resta coerente con lo stile del regista: il documentario si contamina con la finzione, i dialoghi sembrano talvolta ricostruiti, ma la verità che emerge è più profonda di qualsiasi registrazione “pura”. Rosi ribadisce così che il cinema documentario non è mai semplice cronaca, ma interpretazione, poesia visiva, costruzione narrativa.
Tra politica, memoria e poesia visiva
Sullo sfondo delle vicende locali, Rosi lascia emergere echi di geopolitica: i silos del porto di Torre Annunziata che raccolgono il grano ucraino, i volti dei lavoratori migranti come quello di un rifugiato siriano in cerca di un nuovo inizio. Sono tracce che legano Napoli e il suo golfo alle grandi questioni globali, senza mai rendere il discorso didascalico. Come già in Notturno o Fuocoammare, il regista mostra che anche le vite più apparentemente marginali sono attraversate da forze storiche ed economiche più grandi.
La fotografia in bianco e nero, elegante e mai compiaciuta, restituisce tutta la ruvidità e la bellezza del territorio. Il mare, le strade, le periferie e i volti dei protagonisti emergono in contrasti netti, a tratti di un lirismo struggente. Particolarmente potente la sequenza dei carretti trainati da cavalli lungo una spiaggia umida di pioggia, che sembra appartenere a un tempo sospeso.
Sotto le nuvole è
un’opera profondamente coerente con il percorso di Gianfranco
Rosi. Ancora una volta, il regista non si limita a registrare:
osserva, rielabora, mette in scena, e attraverso queste scelte ci
restituisce un pezzo di mondo con una chiarezza e una sensibilità
rare. Non è un documentario da cartolina, non è un film turistico:
è un’immersione nelle pieghe della vita quotidiana, in un
territorio segnato da secoli di storia e di ferite, ma anche da una
resilienza sorprendente.
Con questo nuovo lavoro, Rosi conferma la sua capacità di trasformare il cinema del reale in un’arte che sa essere politica e poetica allo stesso tempo. Sotto le nuvole è una riflessione sul modo in cui viviamo insieme alle nostre paure, ai nostri fantasmi e ai nostri ricordi. Un film che, come le nuvole evocate nel titolo, muta forma di continuo e si imprime nella memoria dello spettatore.
Sotto le Nuvole
Sommario
Il documentario si contamina con la finzione, i dialoghi sembrano talvolta ricostruiti, ma la verità che emerge è più profonda di qualsiasi registrazione “pura”.