Il 13 agosto arriva al cinema la sfida dell’anno: Suicide Squad, in cui gli eroi sono cattivi e i villain malvagi. A dirigere David Ayer, personaggio pittoresco e aggressivo, il cui stile di regia ben si associa con un film che sulla carta deve essere folle e anarchico. È bello essere cattivi. Non si ci preoccupa delle conseguenze di quello che si fa, non ci si pensa affatto. Certo, se il cattivo viene messo al centro di un racconto volente o nolente “supereroistico” la faccenda si complica. Ecco che quel cattivo prova pietà, amore, spirito di sacrificio. Cose che con l’essere cattivi c’entrano poco. Allora dov’è la linea di demarcazione?

 

David Ayer mette insieme un gruppo di bellissimi attori guidato da Will Smith e Margot Robbie, che vengono gettati in mezzo al caos di un misterioso attacco per una missione di salvataggio. L’esile struttura narrativa funge da palcoscenico per la sfilata di personaggi da circo che vedono il loro esordio sul grande schermo. A nessuno di questi personaggi però è concesso lo spessore di “persona”, con la parziale eccezione dei citati Smith e Robbie (Deadshot e Harley Quinn), per cui il risultato finale è quello di una parata carnevalesca che in alcuni momenti di particolare brio diventa buon cinema di intrattenimento. È un peccato però che personaggi come El Diablo (Jay Hernandez) e Boomerang (Jai Courtney), il polo drammatico e quello comico del gruppo, non abbiano più spazio.

Suicide Squad brilla d’azione ma pecca nella narrazione

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Ayer si conferma narratore “bellico”, brillando nelle sequenze per le strade della città in stato di guerra, con la squadra che avanza pronta a combattere l’ignoto. Dove invece il regista non ha potuto operare secondo il suo stile “sporco”, l’ispirazione viene meno. La storia è anche penalizzata da un montaggio grezzo, che ci porta avanti e indietro nel tempo in maniera arbitraria. Con la temuta apparizione del Joker, Jared Leto fa uno sforzo immane a staccarsi dai suoi predecessori, diventando il Clown perfetto per il film che Ayer ha messo in piedi, ma risultando una parte accessoria al personaggio di Harley che non serve davvero al film.

La presenza invadente, caotica e persistente della musica contribuisce allo stato di confusione totale che vige non solo nella storia in sé ma anche nella messa in scena, nello svolgersi del racconto: piani temporali che si accavallano, montaggio, scontri assordanti, moti emozionali che si alternano. Suicide Squad è effettivamente anarchia cinematografica su più livelli. I canoni del racconto non sono presi in considerazione, quelli dello svolgimento dei fatti ancora meno, per un risultato che confonde, diverte, fa anche ridere applaudire e in maniera minore commuove addirittura, ma che lascia interdetti.

Forse lo scopo segreto della missione di David Ayer era proprio questo. Il regista ha voluto alzare il volume e mescolare le carte, ma, nonostante il jolly nella manica, la mano vincente non è arrivata.