Te l’avevo detto: recensione del film di Ginevra Elkann – #RoFF18

Il film è il secondo lungometraggio della regista, ed è stato presentato nella sezione Grand Public della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Te l'avevo detto film recensione

Il nostro pianeta si sta ribellando. Basta volgere lo sguardo verso il cielo oppure al termostato. O anche ai telegiornali, che ogni giorno annunciano notizie riguardo catastrofi ambientali. Terremoti, alluvioni, aridità. Le coltivazioni soffrono, i mari sono pieni di plastica. Qualcosa sta cambiando, ma quand è che abbiamo iniziato ad esserne così indifferenti? O peggio ancora, a non accorgercene? È una domanda che sorge spontanea a tutti, ma in particolare a Ginevra Elkann, che alla sua seconda esperienza dietro la macchina da presa, Te l’avevo detto, quattro anni dopo Magari, decide quasi di fare una denuncia sociale. Lo fa attraverso uno degli strumenti migliori, fra i più accessibili e leggibili a tutti: il cinema. Perché così, utilizzando un medium largamente fruito, si può arrivare a quante più persone possibili e forse, potremmo dire, si può provare a fare la differenza. A dare una mano, a sensibilizzare.

È anche questo lo scopo del cinema, in fondo. Parlare, approfondire, consigliare, ragguardare. Ma anche… rivelare. Te l’avevo detto, fra i titoli di spicco nella sezione Grand Public della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è una commedia nera che sembra quasi un presagio. Qualcosa che non è molto lontano da una possibile realtà, se non invertiamo la rotta di marcia. Elkann, per la sua nuova opera, chiama a rapporto i suoi fidati Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio, già presenti nel suo esordio registico, ma questa volta si impegna a costruire un cast molto più femminile. Ad accompagnarli ci sono infatti anche Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi e Sofia Panizzi, a ognuna delle quali viene affidato un personaggio incisivo. Te l’avevo detto sarà distribuito da Fandango.

Te l’avevo detto, la trama

Gennaio. Roma è ancora addobbata a festa, il Natale in fondo è da poco passato. Il problema, però, è che il periodo invernale non coincide con le temperature segnate sul termoregolatore, che aumentano quattro o cinque gradi in più di giorno in giorno. L’asfalto brucia, il sole non riscalda ma cuoce. Un’anomalia preoccupante, che però non sembra toccare Gianna (Valeria Bruni Tedeschi), una fanatica religiosa ossessionata dalla sua amica Pupa (Valeria Golino), la quale a sua volta pensa solo a risollevare la sua carriera di pornostar giunta al capolinea da diversi anni. Ma non sono le uniche: anche a Caterina (Alba Rohrwacher) non interessa, troppo presa dall’alcol a cui non riesce proprio a rinunciare. Men che meno a padre Bill (Danny Huston), ex eroinomane impegnato a capire dove seppellire le ceneri di sua madre. Ognuno di loro ha altro a cui pensare; ha vizi e fisime che non riesce a controllare. Nessuno si rende conto che il clima è cambiato, e che lentamente sta danneggiando tutto. Perché pensando troppo a se stessi, non si ha il tempo e la voglia di guardare realmente fuori, o ascoltare davvero una radio impazzita che ci avvisa di… stare attenti.

Te l'avevo detto Valeria Bruni Tedeschi

Una Roma mai stata così calda

Fa caldo in Te l’avevo detto. Un caldo che si percepisce sin dalle prime inquadrature, quando entriamo nell’afa di una Roma che piano piano si scioglie sotto un sole anomalo e cocente. Un senso di oppressione, mancanza di respiro, un nodo alla gola: ci sentiamo soffocare. Tutte sensazioni che la regista non vuole esitare a farci provare subito, perché forse solo sentendole, come se le vivessimo in prima persona, possiamo capire la storia che ci vuole raccontare. Per farlo Ginevra Elkann si affida completamente alla fotografia gialloarancio e nebbiosa di Vladan Radovic che, mentre il film progredisce, accende sempre di più quei colori caldi, di pari passo con le emozioni dei suoi protagonisti, fino a farli esplodere – anche qui come loro – nelle sequenze ultime.

In Te l’avevo detto è tutto parossistico: lo è l’atmosfera densa e spessa che avvolge la Capitale, lo sono i protagonisti con i loro vizi e ossessioni e le loro situazioni grottesche, spesso folli. Se dobbiamo dare un primo merito alla regista, è proprio questo: aver saputo costruire un racconto in cui cambiamento climatico, vulnerabilità e perversioni umane hanno lo stesso crescendo narrativo ed emotivo, intrecciandosi e diventando quasi una metafora l’uno dell’altro. Perché come si vedrà nel finale, sia la condizione del pianeta che di noi stessi può solo che peggiorare se né dell’uno né dell’altro ci prendiamo cura. È l’inevitabilità delle cose, che si deteriorano a causa dell’indifferenza e della superficialità con cui vengono trattate.

Una fotografia della società

Te l’avevo detto traccia dunque due percorsi: il primo è, come abbiamo detto, il problema climatico; l’anomalia che la regista ci mostra potrebbe avverarsi in un futuro non troppo lontano, su cui lei stessa ha ragionato in un’estate in cui “tutto intorno a sé si stava sciogliendo”. E la sola idea che quello a cui assistiamo, in fondo, potrebbe tramutarsi in realtà, scuote nel profondo. Il secondo, invece, riguarda la nostra società. Elkann sembra volercene fare una fotografia amara attraverso i suoi personaggi sui generis, pur essendo questi inclini allo stereotipo. Focalizzandosi sulle loro turbolenze emotive, sfaccettature caratteriali e torbide sfumature, la regista insieme a Chiara Barzini e Ilaria Bernardini – con le quali scrive la sceneggiatura – riflette su un’umanità che ad oggi tende a essere sempre più egoista, autoreferenziale e vana, che non si accorge di ciò che le accade attorno perché troppo concentrara su se stessa e sulle proprie necessità. Ognuno con il proprio bagaglio nocivo sulle spalle, ognuno con la bramosia di voler soddisfare le proprie esigenze senza mai mettersi in discussione.

Ed è così che Te l’avevo detto innesca due tipi di riflessioni tanto diverse quanto simili, che non lasciano di sicuro indifferenti. Forse l’unico errore della regista, che grava un po’ sull’economia generale di un film che comunque nel suo insieme funziona, è aver veicolato questo tipo di messaggi attraverso più storie che non riescono a reggerne il peso equamente. Inevitabilmente alcune di loro si perdono nel discorso e non sboccano da nessuna parte, come ad esempio l’arco narrativo di Riccardo e Caterina, o ancora di Bill, appesantendone la fluidità poiché non aventi davvero il giusto spazio di evolvere. Altre invece convincono a pieno e prorompono, come quelle di Pupa e Gianna, caricate con le belle e forti interpretazioni di Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi. Te l’avevo detto diventa così uno dei film italiani per cui vale la pena condersi del tempo. Perché lascia un segno. E ci ricorda che il cinema è potente, ma soprattutto non è solo finzione: può essere specchio di una realtà che a volte fatichiamo a vedere, se solo si presta davvero attenzione a ciò che si guarda.

RASSEGNA PANORAMICA
Voto di Valeria Maiolino
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Valeria Maiolino
Classe 1996. Laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza, con una tesi su Judy Garland e il cinema classico americano, inizia a muovere i primi passi nel mondo della critica cinematografica collaborando per il webzine DassCinemag, dopo aver seguito un laboratorio inerente. Successivamente comincia a collaborare con Edipress Srl, occupandosi della stesura di articoli e news per Auto.it, InMoto.it, Corriere dello Sport e Tutto Sport. Approda poi su Cinefilos.it per continuare la sua carriera nel mondo del cinema e del giornalismo, dove attualmente ricopre il ruolo di redattrice. Nel 2021 pubblica il suo primo libro con la Casa Editrice Albatros Il Filo intitolato “Quello che mi lasci di te” e l’anno dopo esce il suo secondo romanzo con la Casa Editrice Another Coffee Stories, “Al di là del mare”. Il cinema è la sua unica via di fuga quando ha bisogno di evadere dalla realtà. Scriverne è una terapia, oltre che un’immensa passione. Se potesse essere un film? Direbbe Sin City di Frank Miller e Robert Rodriguez.
te-lavevo-detto-ginevra-elkann Te l'avevo sì rivela un film italiano per cui vale la pena condersi del tempo. Perché lascia un segno. E ci ricorda che il cinema è potente, ma soprattutto non è solo finzione: può essere specchio di una realtà che a volte fatichiamo a vedere, se solo si presta davvero attenzione a ciò che si guarda.