Gli amanti delle storie anticonvenzionali e, nello specifico, delle realtà distopiche, quest’anno a Venezia hanno trovato pane per i loro denti. Ad infiammare il pubblico e a dividere la critica, l’ottavo giorno di festival arriva la visionaria Ana Lily Amirpour, regista americana di origini iraniane, che presenta in concorso la sua ultima fatica cinematografica, The Bad Batch.

Ambientato in una realtà distopica quasi post apocalittica nello stato del Texas, il film racconta la storia di una ragazza di nome Arlen (Suki Waterhouse) che, definita ‘difettosa’ dal governo americano, viene abbandonata al di là della rete di recinzione, destinata quindi ad una fine certa nel caldo deserto. Ma quello che incontrerà in quella landa desolata non sarà la morte ma bensì qualcosa di molto più spaventoso, un’assurda comunità di cannibali senza scrupoli.

The Bad Batch

Quello che potrebbe sembrare come l’incipit di un terrificante horror, nasconde invece un’identità molto più complessa. Dopo un primo film dal titolo A Girl Walks Home Alone at Night (2013), che ha esaltato i cultori del genere, la Amirpour questa volta presenta al suo pubblico una seconda opera più completa e dallo stile assolutamente innovativo che, nonostante la disturbante tematica, è la prima vera boccata d’aria fresca di questo festival. The Bad Batch non è infatti un semplice horror ma una sorta di spaghetti western contemporaneo che, grazie alla sua sceneggiatura così attuale ed immediata e ad una colonna sonora travolgente, riesce a far arrivare il suo messaggio forte e chiaro, senza margine per errori di interpretazione. L’allontanamento dei cittadini del cosiddetto ‘lotto difettoso’ è in effetti la rappresentazione estremizzata degli effetti dell’attuale xenofobia culturale, concetto alla base della continua ed ossessiva ricerca dell’essere umano della perfezione.

The Bad Batch

Decisa a non appesantire il film di inutili riflessioni filosoficheggianti, la regista (e sceneggiatrice) concede allo spettatore ben pochi dettagli ed informazioni sui vari personaggi; non sappiamo infatti quasi niente della nostra anti-eroina e dei suoi ‘compagni di viaggi’ né di come si siano ritrovati in quell’inferno eppure lo svolgersi degli eventi è così lineare che non si avverte la necessità di approfondire. Il film è la semplice rappresentazione della vita di un gruppo di outsider che, costretti ad abbandonare la civiltà, scendono a compromessi con la loro umanità per cercare di sopravvivere. La Amirpour quindi non sale in cattedra e non impone il suo personale punto di vita sociopolitico al pubblico ma si limita a raccontare una storia diversa, moralmente inaccettabile ed inquietante ma teoricamente plausibile. The Bad Batch ci racconta dell’orrore, della rabbia e del coraggio di una ragazza costretta a lottare contro una realtà barbarica per sopravvivere e che incredibilmente, alla fine della storia, riesce a trovare la pace e forse anche un briciolo di speranza.