The Tree of Life recensione

Ogni tanto arriva un film che cambia per sempre il corso del cinema. E’ successo con Quarto Potere, con Psycho, con 2001: Odissea nello Spazio. Succede con i grandi geni del cinema, i Maestri, quelli che non seguono il linguaggio cinematografico comunemente conosciuto, ma che lo inventano.

 

The Tree of Life, quinto film di Terrence Malick in quasi 40 anni di carriera, ha forse questa potenzialità. Ovviamente solo il sedimentarsi del tempo potrà dirci quanto e come questo film sia (stato) epocale, resta il fatto, all’indomani della visione, che il cinema di Malick entra dentro. Stilisticamente e registicamente perfetto, The Tree of Life è un susseguirsi di impressioni visive, di macrocosmo universale e microcosmo umano che si fondono nel medesimo, unico flusso narrativo.

The Tree of Life, il film

E’ la storia di Jack che cresce nel Texas degli ani ’50, lacerato dall’amore per un padre severo e irremovibile (Brad Pitt) e per la madre (Jessica Chastain) eterea creatura, amabile, di impalpabile sostanza e di ineffabile bellezza. Jack da adulto (Sean Penn) percorre con il ricordo la sua infanzia, perso come si sente tra la modernità che lo circonda guarda al passato, arrivando all’origine della vita. Una prima parte di cosmogonica meraviglia ci conduce fino alla nascita di Jack, e alla sua meraviglia di essere al mondo.

Malick racconta attraverso un pretesto narrativo la Storia dell’uomo, il suo conflitto tra Natura e Spirito, passando per una concezione del divino che mai come in questa pellicola viene esplicitata nella figura del Dio cristianamente inteso, senza però mai sostenere una dichiarazione d’intenti, sottendendo la narrazione di quello spiritualismo che in The New World era personificato dalla principessa Pocahontas e che in questo caso passa parzialmente attraverso la figura della madre.

Il Dio a cui tutti si rivolgono nel film sembra un altro misero essere senza grazia e senza lode, che non interferisce con le vicende umane, che permette la tragedia e la sofferenza. Per un regista, un uomo così restio al mondo, The Tree of Life mostra una perfetta conoscenza della sue dinamiche cosmiche ed intime, e in questo film Terrence lo mostra mettendosi molto più a nudo di quanto abbia fatto fino ad ora, rasentando l’autobiografia che tanto si allontana dalla sua palese agorafobia.

Tree of Life recensioneL’uso sapiente di musica e luce rende The Tree of Life un prezioso affresco di cinema malickiano, che nella sua idea totale e personale di cinema si conferma uno dei registi più classici in circolazione, riuscendo a poeticizzare fiumi e vulcani, lasciando la Natura libera dalle briglie della Cultura, la sintassi filmica indipendente dalle esigenze narrative, le voci divincolate dai corpi ai quali appartengono regalando con un atto d’amore la bellezza infinita del mondo al suo pubblico.

Ogni volta che Malick torna al cinema si verifica un rito (i più cinici direbbero un miracolo) che genera da sé le sue regole senza la necessità che qualcuno o qualcosa contribuiscano ad aumentarne il fascino. Perché il silenzio che Terry osserva nella vita forse da l’illusione di preservare qualcosa di prezioso che solo in questo modo riesce ad apparire poi sullo schermo. E noi rispettiamo questo silenzio, e aspettiamo, seguendo le sue regole non scritte.