Tigers

Il regista Ronnie Sandahl arriva alla Festa del Cinema di Roma nella Selezione Ufficiale con Tigers, coprodotto da Alice nella Città, tratto da una storia vera e basato sul romanzo autobiografico di Martin Bengtsson All’ombra di San Siro, nel quale l’ex calciatore svedese racconta la sua esperienza nel mondo del calcio professionistico e di come il raggiungimento del sogno della sua vita abbia rischiato di trasformarsi in un incubo. Tigers è parte di una trilogia scritta da Sandahl sui risvolti psicologici dello sport professionistico, ma anche sugli aspetti politici ed economici del fenomeno. E’ iniziata con Borg vs McEnroe, diretto da Janus Metz, e terminerà con Perfect di Olivia Wilde, previsto per il 2021. Tigers è l’unico dei tre ad essere anche diretto da Sandahl.

 
 

Il film accende i riflettori sul mondo che è dietro le quinte del calcio giovanile ai più alti livelli, su quelle fucine di talenti dove i ragazzi non vengono solo preparati atleticamente per essere pronti a diventare futuri campioni, ma viene testata anche la loro resistenza psicologica a un mondo pieno di pressioni. Una realtà dura e cinica, dominata dal profitto, dove l’essere umano è un brand, una macchina da soldi e non sembra contare più di un animale in un circo o in un allevamento intensivo.

Tigers, la trama

Martin Bengtsson, Erik Enge, non ha ancora diciassette anni quando viene acquistato dall’Inter per giocare nella Primavera. Lascia la sua casa in Svezia e arriva a Milano col sogno di giocare a San Siro, coltivato fin da bambino. Martin è un talento e si allena con abnegazione, ma per essere promosso  nella prima squadra la determinazione non basta. Ci vuole molto sacrificio e una certa dose di pelo sullo stomaco, che Martin non ha. Tra le cose da sacrificare, poi, ci sono le relazioni, le amicizie, gli amori. Tutto ciò che fa naturalmente parte della vita di un diciassettenne. Per Martin il calcio è tutto, lo è sempre stato, ma non sa se riuscirà a sopportare questa vita e a reggere la pressione.

L’ossessione di Martin per il calcio e la pressione psicologica

Tigers è anche la storia di un ragazzo fragile, che dietro lo sguardo fiero, di sfida, contrastante con l’aspetto un po’ gracile e innocente, nasconde vuoti e problemi irrisolti. Un ragazzo cresciuto senza padre, che ha di lui solo pochi ricordi d’infanzia legati proprio al calcio, a quelle partite delle squadre italiane guardate in tv col genitore, sognando San Siro. Lo sport, il successo nel mondo del calcio è per il protagonista un mezzo per arrivare al padre, per essere visto, accettato, amato. Ma il film mette anche in guardia sui pericoli di queste ossessioni, che facilmente possono andare fuori controllo e diventare davvero pericolose, mettendo a rischio la vita stessa, soprattutto se un sistema tutto votato al profitto le incentiva. Un sistema in cui ci sono più “Martin” di quanti si pensi, che mette i giovani giocatori gli uni contro gli altri, in un clima pesante di sfida continua, dove l’amicizia è merce rara.

tigersNon mancano atteggiamenti di bullismo nei confronti degli ultimi arrivati o dei più dotati, che hanno più chance di essere promossi. C’è un controllo quasi poliziesco della vita quotidiana. Un meccanismo in cui, mentre i ragazzi come Martin costruiscono il loro futuro e ottengono ciò che hanno sempre voluto, sono strumento del successo altrui, sfruttati dalle società come animali in un circo. La metafora animale percorre tutto il film e rende bene la condizione di Martin. I ragazzi sono appunto visti come le tigri del circo, chiusi nella gabbia dorata del calcio per far divertire gli spettatori e arricchire le società. Sembrano star bene a uno sguardo distratto, hanno soldi, ma senza la libertà, rischiano la follia. Ecco il senso del titolo.

È una sorta di tempesta perfetta, che fa esplodere il disagio, la frustrazione e il senso di fallimento nel protagonista. Il regista scandaglia bene il suo mondo interiore, complice anche la buona interpretazione del giovane Erik Enge, come quella di Frida Gustavsson nel ruolo di Vibeke, la ragazza con cui Martin inizia una storia. Emerge con forza e tocca lo spettatore la sensazione di fallimento che si prova quando ci si accorge che, raggiunto ciò che si è tanto desiderato, non si riesce a reggerlo, perché c’è qualcosa di inaspettato che non si era considerato. Sembra che tutto crolli, ma non è così.

Il film e l’esperienza realmente vissuta da Bergtsson sono uno sprone per tanti e mostrano come ci si possa rialzare e costruire un nuovo percorso perché, come dice la madre di Martin: si può sempre cambiare idea e a volte è salutare farlo.