Toy Story 5, recensione: riscoprire e difendere il tempo del gioco, accogliendo la contemporaneità

Pixar firma un sequel che vive nel presente: difende il valore del gioco senza demonizzare la tecnologia, ricordandoci che nessuna connessione virtuale può sostituire quella reale.

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Cinque film dopo, scegliere il proprio Toy Story preferito è diventato quasi impossibile. È un po’ come chiedere a qualcuno quale sia il miglior album dei Beatles: una risposta esiste, ovviamente, ma probabilmente dice più di chi risponde che del valore dell’opera. Perché la verità è che la saga Pixar è riuscita in qualcosa di rarissimo: evolversi restando fedele a se stessa, crescere insieme al proprio pubblico e trasformarsi, film dopo film, in una riflessione sempre più profonda sul tempo che passa, sull’amore e sulla perdita.

Toy Story 5 raccoglie questa eredità e la accompagna nel presente del 2026. I capitoli precedenti avevano raccontato il timore dell’abbandono e l’inevitabilità del cambiamento, la crescita del bambino dal punto di vista del giocattolo, il nuovo film si interroga su cosa significa giocare oggi. E cosa rischiano di perdere i bambini in un mondo in cui ogni relazione passa attraverso uno schermo?

La risposta che Pixar costruisce è equilibrata, la slalom tra nostalgie affettate e demonizzazioni semplicistiche e invita a ripensare il rapporto tra tecnologia e umanità, senza dimenticare che alcune esperienze restano semplicemente insostituibili.

Bonnie cresce e il gioco cambia forma

Bonnie ha otto anni ormai e si trova in quella fase delicata in cui il bisogno di appartenere al gruppo inizia a entrare in conflitto con il desiderio di continuare a essere se stessi. Jessie è diventata il suo punto di riferimento emotivo: la cowgirl dal cappello rosso, è ora a tutti gli effetti il suo giocattolo di riferimento, e lei finalmente è protagonista assoluta di un capitolo della saga. Eppure qualcosa non va come dovrebbe: dai primissimi minuti di film vediamo che il punto di vista della storia cambia e che Jessie e i giocattoli tutti si impegnano attivamente ad aiutare Bonnie a fare amicizia. Ma, scopriranno con orrore, gli altri bambini non giocano più.

Nel mondo al di fuori della cameretta della bimba, le amicizie nascono attraverso dispositivi digitali, chat e applicazioni pensate per creare connessioni immediate. È così che entra in scena Lilypad, un tablet per bambini dall’aspetto rassicurante e dalla voce gentile (Katia Follesa in italiano), che promette di risolvere il problema della solitudine di Bonnie mettendola in contatto con altri coetanei. Lo sconcerto dei giocattoli è profondo, eppure l’apparecchio riesce, nel giro di pochi minuti, a mettere in contatto la bambina con nuovi amici: arriva un invito a un pigiama party! Ma l’intervento della tecnologia, così rapida e schematica, sarà davvero quello di cui Bonnie ha bisogno?

Toy Story 5 Pixar
Disney/Pixar

Pixar non demonizza la tecnologia: ed è questa la sua intuizione migliore

La scelta più intelligente di Toy Story 5 è quella di rifiutare qualsiasi approccio semplicistico, scappando a gambe levate da quello che sarebbe stato un francamente stantio confronto tra il “vecchio mondo” dei giocattoli (buoni) e il “nuovo mondo” degli schermi (cattivi), trasformando la tecnologia nel villain della storia. La via percorsa è più matura e affronta con consapevolezza una problematica reale.

Nonostante lo scontro iniziale, Lilypad non è malvagia, non è un nemico da sconfiggere, è semplicemente uno strumento. E come ogni strumento deve essere utilizzato per arrivare a un risultato, senza mai essere fine a se stesso. La tecnologia quindi viene raccontata come un “nuovo” spazio dell’esperienza infantile, una dimensione ormai inevitabile della crescita contemporanea. Ed è qui che il film trova il suo cuore teorico.

Quello che Jessie, Woody e gli altri cercano disperatamente di salvare non è il giocattolo come oggetto, ma il valore del gioco immaginativo. Quella straordinaria capacità dei bambini di prendere ciò che hanno nella testa e trasformarlo in esperienza condivisa, di costruire mondi insieme agli altri, di negoziare regole, conflitti e amicizie attraverso la fantasia.

La tecnologia può facilitare gli incontri e abbattere le distanze, può persino aiutare chi fatica a relazionarsi, proprio come Bonnie, ma non può sostituire il momento in cui due bambini si siedono sul pavimento e iniziano a inventare una storia insieme.

Il messaggio di Toy Story 5 è allora sorprendentemente contemporaneo: utilizzare le connessioni sintetiche offerte dalla tecnologia per creare connessioni reali, abbracciare l’integrazione tra analogico e digitale.

Per la prima volta sono i bambini ad aver bisogno di essere salvati

Se il tema del rapporto con la tecnologia rappresenta l’elemento più attuale del film, il ribaltamento del punto di vista costituisce probabilmente la sua innovazione narrativa più significativa. Per la prima volta nella storia del franchise non sono i giocattoli a trovarsi davvero in pericolo, ma il loro “padrone”, il bambino a cui appartengono, ovviamente in questo caso si tratta di Bonnie.

Nei capitoli precedenti, il conflitto nasceva sempre all’interno del microcosmo dei giocattoli: gelosie, abbandoni, smarrimenti, rivalità. Gli esseri umani restavano inconsapevoli, sullo sfondo. In Toy Story 5 il mondo dei giocattoli interviene per la prima volta in maniera concreta nel mondo dei bambini.

I giocattoli comprendono che il loro compito non è più soltanto sopravvivere all’oblio o trovare un nuovo proprietario. Devono proteggere il bambino stesso e aiutarlo a non perdersi, proprio alla luce della “sfida tecnologica” che lui stesso deve affrontare (e i suoi genitori con lui!). Bonnie rischia infatti di perdere il contatto con la dimensione concreta delle relazioni.

È un cambiamento enorme per la saga, che trasforma Woody, Jessie e Buzz in più che figure quasi genitoriali: diventano i custodi dell’infanzia stessa. E se prendiamo per buone le parole di Pete Docter alla stampa romana, quando ha dichiarato che raccontare la vita di questi giocattoli è anche un po’ raccontare la propria vita che si evolve con il trascorrere del tempo, diventa impossibile non leggere questa evoluzione come il riflesso delle paure degli adulti contemporanei: quanto spazio stiamo lasciando ai bambini per annoiarsi, inventare, sbagliare e costruire relazioni senza mediazioni?

Jessie raccoglie il testimone e guida il film

Toy Story 5 Pixar
Disney/Pixar

Se Woody era il cuore della trilogia originale, Toy Story 5  appartiene senza dubbio a Jessie. Lo sceriffo ha ufficialmente passato il testimone. Joan Cusack restituisce al personaggio tutta la sua energia ruvida e trascinante, trasformandola nella vera anima del racconto. È pragmatica, impulsiva, affettuosa e profondamente vulnerabile. E, in italiano, Ilaria Stagni si conferma più che all’altezza del lavoro: irresistibile. La sua determinazione nel riportare Bonnie verso il mondo del gioco reale diventa il motore emotivo della storia.

Anche Woody, narrativamente in disparte, trova una nuova dimensione. Tom Hanks (Angelo Maggi, da noi, che è subentrato a Fabrizio Frizzi) lo interpreta con una dolcezza malinconica che riflette il passare del tempo. Non è più il leader indiscusso di un tempo, ma un veterano che mette la propria esperienza al servizio degli altri.

Buzz (ancora una volta Tim Allen/Massimo Dapporto) si conferma il mattatore del gruppo: regala alcuni dei momenti più divertenti del film, soprattutto grazie alla relazione sentimentale con Jessie, sviluppata con una leggerezza sorprendentemente efficace. E questa volta sarà accompagnato da uno stuolo di altri Buzz… tecnologici!

Attorno a loro ruota una galleria di nuovi personaggi irresistibili, capaci di incarnare il ponte tra passato e presente, oggetti tecnologici ancora legati a una dimensione ludica concreta, sospesi tra due epoche diverse che fanno da ponte sgangherato e pericolante tra un mondo che non c’è più e un presente, spaventoso ma ancora salvabile.

Un sequel che parla soprattutto agli adulti

La grandezza della Pixar è sempre stata quella di rivolgersi contemporaneamente a pubblici differenti, rispettando il celebre parametro 0-100: i bambini trovano avventura, comicità e meraviglia; gli adulti riconoscono invece la malinconia del tempo che passa, il dolore del cambiamento e la necessità di lasciare andare.

In questo Toy Story 5 si riesce ad aggiunge un ulteriore livello di lettura, chiedendosi e chiedendo agli spettatori più cresciuti cosa significhi crescere in un’epoca che spinge continuamente verso la velocità, l’iperconnessione e la smaterializzazione delle esperienze. La risposta che ci offre è semplice, e in questo fa involontariamente riferimento al messaggio di empatia del film di Disclosure Day di Steven Spielberg, in questi giorni al cinema: rallentiamo e ascoltiamoci, siamo presenti nell’adesso e… giochiamo!

Perché il gioco è un’esperienza attraverso cui impariamo a conoscere noi stessi e gli altri. È il primo laboratorio emotivo della nostra esistenza e ci aiuta, anche quando il tempo dei giochi sembra passato. Pixar realizza così un sequel che possiede forse la forza rivoluzionaria del primo capitolo né il devastante impatto emotivo del terzo, ma riesce nell’impresa più difficile: giustificare la propria esistenza proponendo qualcosa di nuovo.

Toy Story 5 ci chiede soltanto di ricordare che, dietro ogni schermo, c’è ancora bisogno di qualcuno di reale con cui condividere davvero il tempo e il gioco.

Toy Story 5
3.5

Sommario

Toy Story 5 ci chiede soltanto di ricordare che, dietro ogni schermo, c’è ancora bisogno di qualcuno di reale con cui condividere davvero il tempo e il gioco.

Chiara Guida
Chiara Guida
Laureata in Storia e Critica del Cinema alla Sapienza di Roma, è una gionalista e si occupa di critica cinematografica. Co-fondatrice e Direttore Responsabile di Cinefilos.it dal 2010. Dal 2017, data di pubblicazione del suo primo libro, è autrice di saggi critici sul cinema, attività che coniuga al lavoro al giornale.

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