Un boss in salotto

Luca Miniero, dopo i grandi successi di Benvenuti al Sud e Benvenuti al Nord dirige un’altra commedia in cui le diversità geografiche e personali sono al centro del motore narrativo: Un boss in salotto. Questa volta però non si affida a due attori simbolo ognuno della propria regione (come furono Claudio Bisio e Alessandro Siani) ma all’incredibile talento di Paola Cortellesi che oltre a scalare i dialetti italiani con un’abilità impressionante, tira fuori tutta la sua verve comica per una volta prestata ad un personaggio “cattivo”.

 

In Un boss in salotto Cristina D’Avola (Paola Cortellesi) è una donna modello. Madre premurosa, casalinga efficiente e moglie devota di Michele (Luca Argentero). Vive in un bel paesino sotto le Alpi e conduce la sua vita, ordinata e organizzata, con la sua bella famigliola. Dal suo passato però sta per arrivare un vero e proprio ciwww. Il fratello Ciro (Rocco Papaleo), che lei raccontava essere morto da tempo, si presenta davanti alla porta della sua casa per chiedere ospitalità durante un periodo di detenzione domiciliare in attesa del processo per associazione mafiosa. È a questo unto che viene fuori tutta la verità su Cristina (che in realtà si chiama Carmela) e che ha origini campane, ben nascoste sotto l’accento ben imparato del nord-est, e un infanzia difficile alle spalle. Una terra d’origine dalla quale  fuggita per dolore e per vergogna, ma che la raggiunge fino alle pendici delle montagne in cui si era rifugiata.

La rigida donna del nord, insistente ed esigente con figli e marito fino all’ossessione, si scontrerà irrimediabilmente con il fratello scanzonato e fuori dalle righe che non solo sconvolge la collaudata routine familiare, ma le ricorda un passato doloroso e ancora troppo vivido nella mente, sentimenti questi che Paola Cortellesi riporta con grande credibilità. Alla comicità sofisticata della protagonista femminile si accosta quella dirompente di Rocco Papaleo in un personaggio che pur presentato come il classico cattivo si rivelerà più tenero di quanto non voglia far credere. Questa storia semplice ma intelligente, che per fortuna si emancipa dal lieto fine a tutti i costi, riesce a centrare (chissà quanto consapevolmente) un punto centrale dei rapporti familiari quando alla voce di Cristina/Carmela vengono affidate parole dirompenti: “Fin da bambina ho cercato di non sentire il dolore che provavo, ma poi ho finito per non sentire più niente. Ed è così che si fanno i casini.”